
“Dopo l’annuncio ero molto fiducioso che le sale potessero contare sul massimo di 50 persone per gli spettacoli, viste anche le misure di protezione implementate. Poi è arrivata la doccia fredda”. Infatti, ieri mattina anche i cinema ticinesi hanno ricevuto conferma che il limite delle cinque persone per gli assembramenti avrebbe riguardato anche i loro spettatori. Decisione che ha portato i titolari delle diverse sale, tra i quali Luca Morandini del multisala di Mendrisio, a decidere di chiudere. Infatti, ha spiegato proprio Morandini ai microfoni di Teleticino, non ha senso tenere aperto un cinema per cinque persone: “Visti i diritti d’autore da pagare, che per le uscite importanti si mangiano anche metà degli introiti di una sala, i conti sono presto fatti: non si può vivere con 25 franchi di introiti per sala e mantenere staff, operatore, riscaldamento, eccetera. Non ci sono i numeri per andare avanti”.
“Al ristorante quattro al tavolo, da noi cinque in sala”
Non suona un po’ come una presa in giro dire ‘puoi rimanere aperto ma con 5 spettatori?’ “Di sicuro ti domandi perché al ristorante quattro persone possono stare in un tavolino senza problemi, con magari decine di persone in totale nel locale, mentre le sale cinematografiche, dove vengono mantenute le distanze e che a livello mondiale è dimostrato che sono uno dei luoghi al chiuso più sicuri, vengono chiuse. Questa decisione ci ha presi alla sprovvista e non ci è piaciuta: come titolari dei multisala, alla fine ci siamo sentiti e abbiamo deciso che non ci sono i numeri per tenere aperto”.
Si lavora per degli aiuti
Secondo Morandini con 30 spettatori un’apertura avrebbe potuto avere senso, specie in vista dell’uscita giovedì di “Elegia americana”, film di Ron Howard con Glenn Close che si sperava avrebbe risollevato le sorti del settore. Quest’uscita non ci sarà, come vi fa sentite? “Fare uscire un film con 5 persone a sala è un insulto per noi, per il produttore e per il distributore. Non si può fare: allora meglio dire ‘abbiate la cortesia di fermarvi’, con gli aiuti necessari, per ripartire quando la situazione sarà risolta”. È sufficiente quanto fatto dalla politica nei vostri confronti: “Sicuramente stanno valutando e di questo possiamo essere grati. Quindi sappiamo già che c’è una base solida sulla quale possiamo contare. Come, in che termini e quando non è chiaro neanche alle autorità e viene valutato man mano, e questo lo capiamo”.
“Neanche durante la guerra...”
Qual è il suo stato d’animo vedendo la sala vuota? “Non posso negare di essere dispiaciuto. Anche mio papà, che è ultra-ottantenne, mi ha detto ‘guarda, una situazione così non l’ha vissuta neanche il nonno durante la guerra’. Un periodo così per l’industria cinematografica mondiale non c’è mai stato. Fa male, però c’è gente che sta peggio di noi quindi facciamo il tifo affinché questo periodo possa passare e vogliamo aiutare a farlo passare. Quindi se ci dicono di chiudere lo facciamo. Dispiace ma sappiamo che prima o poi ci sarà una ripresa, quello che bisogna fare è permetterci di arrivare tra sei mesi con le sale pronte. A livello svizzero abbiamo fatto una conferenza proprio la settimana scorsa e ci sono realtà che sei mesi non resisteranno. Quindi, a fine anno, sicuramente a livello svizzero mancheranno diverse sale all’appello”.
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