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Diritti
8 marzo: «La parità sul lavoro non può più attendere»
© CdT/Gabriele Putzu (archivio)
© CdT/Gabriele Putzu (archivio)
Red. Online
18 giorni fa
OCST donna-lavoro chiede scelte politiche coraggiose, responsabilità da parte dei datori di lavoro e delle datrici di lavoro e un impegno costante delle istituzioni

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, OCST donna-lavoro riafferma con determinazione un principio fondamentale: nel mondo del lavoro la parità non è ancora una realtà concreta.

«Le lavoratrici continuano a confrontarsi con disparità salariali, precarietà contrattuale, carichi di cura non riconosciuti e ostacoli strutturali nella conciliazione tra vita professionale e vita privata. A ciò si aggiungono discriminazioni, molestie e forme di abuso che minano la dignità e la sicurezza nei luoghi di lavoro, troppo spesso minimizzate o ignorate».

La parità salariale deve essere applicata senza eccezioni, ribadisce il sindacato in occasione dell'8 marzo. La stabilità professionale non può diventare un privilegio per poche. Il lavoro femminile va riconosciuto e valorizzato in ogni settore. Servono misure concrete per garantire una reale conciliabilità e una tolleranza zero verso ogni forma di violenza, ingiustizia o discriminazione.

Non solo l'8 marzo

La parità non è un tema simbolico né un principio da evocare una volta all’anno. È un diritto fondamentale che richiede scelte politiche coraggiose, responsabilità da parte dei datori di lavoro e delle datrici di lavoro e un impegno costante delle istituzioni.

Accanto all’azione sindacale, OCST donna-lavoro ritiene «essenziale promuovere un cambiamento culturale profondo. Le disuguaglianze si radicano anche nei modelli organizzativi, nei linguaggi, nelle rappresentazioni e nelle dinamiche quotidiane che influenzano le relazioni professionali. Costruire parità significa dunque intervenire su più livelli: normativo, organizzativo e culturale. L’8 marzo non è un rituale né una ricorrenza da calendario. È una giornata di rivendicazione e di responsabilità collettiva».