
La DISTI, con un comunicato stampa diffuso oggi, ha tirato le somme: i posti di lavoro persi in Ticino nella grande distribuzione nel corso di quest'anno sono stati 190.
"Non sono pochi - commenta l'associazione dei distributori ticinesi - anche se il settore dà lavoro a circa 15'000 persone (12'000 delle quali a tempo pieno). Quei posti di lavoro persi (calcolando uno stipendio mediano di 4'300 franchi al mese) significano, sull'arco dell'anno, circa 10 milioni di franchi in salari sottratti al circuito economico. "
"Va precisato - scrivono i distributori ticinesi - che nella grande distribuzione non ci sono stati licenziamenti collettivi. La perdita di quei posti di lavoro - dovuta alla mancata sostituzione di collaboratori andati in pensione o che hanno ridotto il loro tempo di impiego - è dovuta a una lenta emorragia di occupazione."
La DISTI riconduce l'emorragia a diverse cause: il rafforzamento del franco rispetto all'euro, la crisi generale che ha ridotto il potere d'acquisto dei consumatori, e soprattutto il conseguente aumento del "turismo degli acquisti".
Nel frattempo i partner della DISTI hanno ridotto i prezzi di molti generi, alimentari e non, ma è chiaro che i costi generali in Ticino sono molto più alti rispetto all'Italia: salari, terreni, affitti, servizi... "Insomma, più di così - scrivono - non si può fare."
L'associazione punta il dito contro le condizioni quadro entro le quali il commercio ticinese è tenuto a muoversi. Da evitare, "nuove tasse e penalizzazioni per i consumatori".
A rendere meno concorrenziale il commercio ticinese vi sarebbero inoltre le "eccessive limitazioni sugli orari di apertura dei negozi." A questo proposito, la DISTI si appella alla popolazione ticinese, ricordando la prossima votazione del 28 febbraio, quando i cittadini saranno chiamati al voto sul referendum contro la nuova legge sui negozi approvata dal Gran Consiglio.
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