
La questione della sicurezza durante i carnevali è un tema centrale in questi giorni e parlarne oggi è ancora più importante e significativo. Esattamente diciotto anni fa, la notte tra il primo e il due febbraio del 2008, il ventiduenne Damiano Tamagni veniva aggredito e ucciso brutalmente da alcuni coetanei durante la Stranociada, il Carnevale di Locarno. Per ricordarlo e per parlare del grande lavoro che da allora ha svolto l'omonima fondazione, Ticinonews ha ospitato in studio Maurizio Tamagni.
Padre di Damiano, fondatore della Fondazione che porta il suo nome. Diciotto anni fa accadeva quello che purtroppo è successo. Come vive questa giornata?
«È sempre un'emozione forte. Si cerca di andare avanti, di non pensarci troppo. Ci sono però l’anniversario e i carnevali che ricordano ancora questi fatti. Quindi sì, sono passati diciotto anni, però ci si pensa sempre. Cerchiamo di andare avanti».
Abbiamo visto quello che è successo a Crans-Montana. Come vive tutto questo?
«Come tutti, mi ha toccato molto. E vedendo l'esperienza personale, provo una certa empatia verso i genitori che hanno perso i figli e verso chi purtroppo resterà segnato per sempre da questa tragedia».
Lei in un post su Facebook ha scritto che quando i responsabili saranno condannati e l'emozione collettiva andrà scemando, per i genitori i loro figli saranno ancora morti e lo saranno per sempre. Madri e padri dovranno imparare a convivere con il dolore. Si riesce a imparare a convivere con un dolore del genere?
«Sì, bisogna farlo per forza, altrimenti dove si va a finire? Occorre cercare di conviverci, di pensarci il meno possibile. Cercare di ridere, di divertirsi. Però dentro c'è sempre questo fatto, che si sente e non andrà più via».
Abbiamo sentito dire che ci sono dei giovanissimi che stanno tornando a essere un po' aggressivi. Lei riscontra questo aspetto? Come bisogna intervenire?
«Da parte nostra, come Fondazione, l'unica cosa che possiamo fare è metterli al corrente di quello che è successo. Quando mi capita di parlare a qualche classe, racconto semplicemente quanto è accaduto. Non posso fare di più perché non è il mio mestiere; non sono un maestro e neppure uno psicologo. Dunque vado e spiego cosa mi è capitato. Ed essendo una persona che l'ha vissuta, i giovani lo percepiscono e provano anche loro questa empatia. Trovo sia utile».
Voi come vi muovete? A quali livelli?
«Tentiamo di muoverci un po' a tutti i livelli. Cerchiamo di aiutare le famiglie - quando veniamo contattati perché è successo un qualche fatto - anche solo ascoltando quello che devono dire. Questo è già un aiuto per loro. E poi, se c'è bisogno, possiamo anche sostenerli di più secondo i nostri mezzi. Ad esempio, possiamo aiutarli a trovare un avvocato, se necessario, o uno psicologo. Però la maggior parte delle volte si tratta soltanto di ascoltare».
Diciotto anni di fondazione: c'è un traguardo particolare che avete raggiunto, che la rende orgoglioso?
«Non saprei dire esattamente. Abbiamo sviluppato dei programmi che hanno funzionato molto bene e abbiamo potuto aiutare delle famiglie. Ultimamente, il progetto migliore che abbiamo è il nostro cortometraggio, 'La violenza senza maschera' del regista Marco Bitonti. È sempre a nostra disposizione e lo possiamo presentare, se ci viene richiesto, a scuole o a gruppi, e lo facciamo volentieri. Se posso, vado io personalmente a introdurlo. Si tratta proprio di un cortometraggio che riproduce molto fedelmente quanto è successo. È quindi toccante anche per me vederlo ogni volta. Noto però che anche i ragazzi che lo guardano rimangono molto colpiti».
L'intervista completa a Maurizio tamagni andata in onda a Ticinonews:

