
In gergo si chiama fondo di coesione. Ovvero, un contributo finanziario volontario che la Svizzera dal 2004 versa all’Unione Europea a sostegno dei Paesi economicamente più deboli (come l’Estonia, la Lettonia, Malta, Cipro ecc ecc). Un contributo da sempre controverso: già nel 2006 l’UDC aveva lanciato un primo referendum – poi respinto – e oggi la storia si ripete. Poche ore dopo la presentazione del secondo contributo (1,3 miliardi), annunciato giovedì da Doris Leuthard, il presidente democentrista Albert Rösti ha proposto di riportare il popolo alle urne, sfruttando lo strumento del referendum finanziario obbligatorio.
Politica a parte, questa somma può davvero aiutare le condizioni quadro all’interno dell’area Ue? E poi, può esserci una qualche contropartita per la Svizzera? Teleticino lo ha chiesto a due esperti di economia, Sergio Rossi dell'Università di Friburgo e Paolo Pamini del Politecnico di Zurigo.
"Il contributo che la Svizzera versa al fondo di coesione è volontario dal punto vista giuridico" spiega Rossi. "Ma sul piano politico e istituzionale non lo è. Si tratta di una contropartita che si fa a qualcosa che si spera di ricevere. Un passo verso l'altro, per approcciarsi in maniera amichevole: 'Noi vi diamo questo contributo per svilupparvi sul piano sociale ed economico, e ci attendiamo una risposta positiva su alcuni dossier, per esempio la libera circolazione'."
Un "do ut des" per Sergio Rossi dalle concrete ricadute economiche: "Apparentemente sono soldi buttati dalla finestra, ma che poi rientreranno maggiormente dalla porta in quanto l'economia svizzera farà più business con questi paesi. Ci sarà una crescita magari anche in questi paesi, che quindi avranno maggiore coesione sociale grazie ad una maggiore occupazione, sviluppo economico, da cui anche la Svizzera può trarre beneficio finanziario."
Di avviso diametralmente opposto Paolo Pamini: "I punti critici riguardano i contribuenti svizzeri, che con 1,3 miliardi farebbero altre cose. Ma questo è l'ambito di negoziazione con l'Unione Europea.I punti critici invece nei paesi di destinazione sono: se andiamo a distruggere un'attività economica già esistente, invece di stimolarne della nuova; se aiutiamo la classe politica locale, che potrebbe fare un uso non desiderato dei soldi (quindi c'è un problema di controllo); e in generale se un paese si svilupperà alla velocità necessaria per essere capace di mantenere questi investimenti."
La soluzione per Pamini non passa dunque da una politica sussidiaria, ma di apertura: "A mio giudizio la cosa migliore sarebbe aprire le frontiere, aprire questi paesi al commercio. Loro hanno un vantaggio, che è quello di avere dei salari bassi, per cui non è il caso di andare a inondarli di liquidità e di sovvenzioni che come primo effetto è proprio quello di alzare i costi salariali e distruggere il loro vantaggio competitivo mondiale."
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