
È una vera e propria bacchettata quella rivolta dal Tribunale federale all’indirizzo del Tribunale cantonale lucernese nell’annullarne la sentenza del 22 marzo 2016 con cui la Corte aveva deciso di ammonire e non allontanareun 29enne cittadino serbo condannato a una pena detentiva di 36 mesi di carcere (24 dei quali sospesi per un periodo di prova di due anni) per coazione e violenza carnale nei confronti di una minorenne in correità con un complice.
I fatti risalivano al 2009 e tre anni più tardi l’uomo aveva pure aggredito e minacciato di morte l’allora consorte e la cugina. Alla luce condanna per stupro l’Ufficio della migrazione lucernese gli aveva revocato il permesso di domicilio, ma il Tribunale cantonale aveva deciso di ammonirlo e concedergli un’ultima possibilità. Il giudizio aveva conto del diritto al rispetto della vita privata e familiare (previsto dall’Art. 8 della CEDU) in quanto il 29enne era affetto da problemi psicologici e dipendeva totalmente dai genitori. Il 16 gennaio 2017 la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) aveva ricorso al Tribunale federale per contestare le conclusioni della Corte cantonale.
Il TF, tuttavia, le ha dato torto e ha ritenuto che, considerata la gravità del crimine e la sua pericolosità, l’interesse privato del 29enne a rimanere in Svizzera non potesse prevalere su quello pubblico. L’espulsione, si legge nella sentenza del 22 agosto scorso pubblicata venerdì, rispetta il principio della proporzionalità: “Il ricorrente non ha mostrato alcun rispetto per le donne e diverse condanne penali non sono bastate a fargli cambiare idea”, hanno concluso i giudici di Mon Repos accogliendo il ricorso della SEM e confermando la decisione dell’Ufficio della migrazione lucernese.
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