Test di massa: “Non è la soluzione migliore”
Ne è convinto Didier Trono, professore al Politecnico di Losanna (EPFL) e capo del gruppo di diagnostica e test all’interno della task force scientifica Covid-19
di Keystone-ATS/MMINO
Test di massa: “Non è la soluzione migliore”

Un test di massa nella Confederazione non sarebbe la migliore soluzione per fronteggiare il coronavirus. Ne è convinto Didier Trono, professore al Politecnico di Losanna (EPFL) e capo del gruppo di diagnostica e test all’interno della task force scientifica Covid-19. Nelle scorse settimane la Slovacchia ha proceduto a tamponi di massa e anche l’Austria sta valutando questa opzione. In Svizzera c’è però più cautela: in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano romando Le Temps, l’esperto ha spiegato i limiti di una tale misura.

“Test rapidi meno sicuri”
L’introduzione dei test rapidi - che danno il risultato in circa quindici minuti - ha sicuramente aumentato la capacità dei test. Tuttavia, questi “strisci” sono meno affidabili rispetto ai “tradizionali” tamponi, ha affermato Trono, precisando che i test antigenici sono più appropriati per le persone che presentano sintomi da meno di quattro giorni e dunque nella fase in cui si riscontra un’alta carica virale. Se effettuato prima o dopo questo periodo, il test rapido potrebbe non rilevare la positività. Condurli su vasta scala aiuterebbe a identificare le persone più contagiose, ma al setaccio non risulterebbero tutti i casi, ha aggiunto il professore dell’EPFL, riferendosi in particolare al lungo periodo di incubazione del virus.

Questione logistica
Oltre alla questione dell’affidabilità, Trono ha spiegato che effettuare tamponi di massa sulla popolazione rappresenterebbe una grande sfida soprattutto a livello logistico. Anche nei test rapidi - così come quelli PCR (Polymerase Chain Reaction) - per prelevare i campioni viene utilizzato un tampone nasofaringeo. Una persona formata e istruita per questo compito potrebbe riuscire a effettuare questo test su 10-12 persone l’ora, un’ottantina sull’arco di una giornata. Ciò, ha affermato l’esperto, dà un’idea della quantità di personale che bisognerebbe mobilitare se si volessero testare centinaia di migliaia di persone. Inoltre, bisogna evitare che le persone che si sottopongono al tampone entrino in contatto fra loro, altrimenti si rischia di accrescere la trasmissione del virus. Ci vogliono dunque più strutture e molto personale anche per organizzare la logistica.

Testare ogni tre giorni
Queste misure con tamponi a raffica potrebbero essere utili se si dovesse perdere completamente il filo nell’ambito del contact tracing, ha aggiunto l’esperto. Per il capo del gruppo di diagnostica e test della task force ci sarebbe un metodo più efficace, anche se con alcuni limiti. Si potrebbe infatti testare tutti una prima volta e poi rifare il tampone tre giorni più tardi e poi ancora dopo tre giorni. In questo modo si potrebbero identificare tutte le persone toccate dal virus. Questa soluzione, tuttavia, è immaginabile solo su scala ridotta, ad esempio in una città particolarmente sotto pressione come Ginevra. Anche in questo caso, ha sottolineato Trono, il risultato non potrà essere perfetto poiché ci saranno scambi anche con le località vicine e dunque con nuove potenziali catene di trasmissione.

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