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L'intervento
Tajani su Crans: «Fino a quando non vedremo la volontà di collaborare, il nostro ambasciatore resterà a Roma»
© EPA/MALTON DIBRA
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Redazione
12 ore fa
Il ministro italiano degli Esteri e vicepremier ha aggiunto che «ci sono un po' di resistenze» e che «si può fare di più per quanto attiene le indagini congiunte e la cooperazione di polizia»

«Fino a quando non riscontriamo la volontà di collaborare pienamente, il nostro ambasciatore resterà a Roma». È lapidario sulle colonne de il Giornale il ministro italiano degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani che poi aggiunge: «Si può fare ancora di più. Mi riferisco all'accordo sulle indagini congiunte e la cooperazione di polizia. Ci sono un po' di resistenze». Sullo sfondo, ovviamente, l'inchiesta chiamata a far luce sul rogo avvenuto la notte di Capodanno al bar Constellation di Crans-Montana.

La crisi diplomatica

Ricordiamo che, in seguito alla scarcerazione di Jacques Moretti, il governo italiano aveva deciso di richiamare l'Ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Come veniva evidenziato nelle dichiarazioni del Governo italiano, rese note da Palazzo Chigi, la decisione di scarcerare Jacques Moretti «rappresenta una grave offesa e una ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale. L'Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia, e chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi, che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed il Ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno quindi disposto il richiamo a Roma dell'Ambasciatore Cornado per definire le ulteriori azioni da intraprendere».

Dal canto suo, Tajani aveva bollato la scarcerazione di Moretti come «inaccettabile». Decisione, aveva detto, che «offende non soltanto la memoria delle vittime e i feriti, ma anche il sentimento di tutto il popolo italiano e non solo.  Non ci sono motivazioni per la scarcerazione se non i 200.000 franchi. Per 200.000 si è venduta la giustizia in quel cantone. Siamo indignati con la magistratura cantonale».

Il 26 gennaio scorso quindi un comunicato di Palazzo Chigi successivo a un incontro della presidente italiana del Consiglio Giorgia Meloni con l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, il sottosegretario Alfredo Mantovano e l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli chiariva che era stato deciso «di subordinare il rientro (di Cornado) in Svizzera all’avvio di un’effettiva collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Stati e all’immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage di Crans-Montana».

Nessuna richiesta ufficiale da Roma

Dall'Italia, tuttavia, nessuno aveva mai chiesto alla Svizzera (e indirettamente alla Procura di Sion) di creare una squadra investigativa comune. La notizia era stata confermata al Corriere del Ticino dall’Ufficio federale di giustizia (UFG). «No. La magistratura italiana non ha ancora richiesto la creazione di una squadra investigativa congiunta. Le due Procure (Sion e Roma, ndr) hanno la possibilità di unire le forze per formare le cosiddette squadre congiunte d’indagine. Questa possibilità è esplicitamente prevista nell’articolo 20 del secondo protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea di mutua assistenza giuridica. La Procura del Cantone del Vallese e la Procura di Roma avrebbero quindi la possibilità di richiedere all’autorità competente di polizia svizzera di formare una squadra investigativa comune», aveva aggiunto l'UFG.

Nessuna discussione sulle squadre investigative comuni

Non si è discusso di squadre investigative comuni nemmeno nell'incontro tecnico tra la Magistratura vallesana e la Procura di Roma, tenutosi lo scorso giovedì a Berna sotto il coordinamento dell’Ufficio federale di giustizia. La riunione si è di fatto risolta con la decisione di «rafforzare» la collaborazione giudiziaria tra le due autorità inquirenti, sulla base della rogatoria italiana, peraltro già accolta, che chiedeva l’accesso a tutta l’attività istruttoria, inclusi gli interrogatori, le perizie sulla sicurezza, così come le autorizzazioni del Comune di Crans-Montana. Insomma, chi si attendeva una decisione sulla costituzione di una squadra investigativa comune, posta come condizione dal Governo di Roma per il rientro a Berna dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, è rimasto deluso.

Alla domanda diretta di un giornalista a proposito della squadra investigativa comune, la risposta della responsabile della comunicazione dell’UFG, Ingrid Ryser, è stata evasiva. «Per ora, hanno concordato una cooperazione rafforzata. I dettagli precisi di questa collaborazione dovranno essere chiariti nei prossimi giorni». Insomma, l’aut aut politico imposto da Roma alla Svizzera per il ripristino delle normali relazioni diplomatiche, al momento, è rimasto inevaso, per quanto quella «assistenza rafforzata» potrebbe costituire una risposta indiretta, offrendo al contempo anche una via d’uscita a Palazzo Chigi per ricucire lo strappo. Alla domanda se l’ambasciatore italiano ritornerà a Berna, Ryser ha risposto che «la decisione spetta all’Italia».