
La possibile candidatura del friburghese Urs Schwaller alla successione di Pascal Couchepin ha, senza sorprese, scatenato una polemica sulla presenza in governo delle identità culturali e linguistiche del Paese. In nome di una corretta rappresentazione della "Svizzera latina", in questi primi giorni di speculazioni e proposte attorno al futuro consigliere federale il campo è essenzialmente occupato dal confronto tra romandi e svizzerotedeschi.Dal coro esce oggi il quotidiano ginevrino "Le Temps", che dedica un editoriale e un'intera pagina all'assenza dal governo federale di un esponente della Svizzera italiana. Il giornale denuncia l'alibi della "latinità" avanzato dai Romandi: tra Svizzera francofona e italofona esiste un'alleanza oggettiva, ma nulla di più; e l'asimmetria si sta degradando.Per François Cherix, specialista della comunicazione politica svizzera e autore tra l'altro del libro "La question romande", "l'idea di Svizzera latina non si fonda su nulla - o pressoché nulla (...). I romandi si sono persino allontanati dai ticinesi". Un'analisi simile è fatta anche da Martin Schuler, professore di sviluppo territoriale al Politecno federale di Losanna (PFL): "La Svizzera romanda ha meno problemi che negli anni '90 e ha meno bisogno del Ticino per realizzare le proprie rivendicazioni"."Con il pretesto del loro piccolo numero, gli svizzeroitaliani sono trattati come l'ultima ruota del carro, accolti nel collegio governativo quando ciò non disturba nessuno, ma esclusi a titolo di ultra-minoranza quando i posti sono importanti e desiderati da coorti di svizzerotedeschi e romandi", si legge nell'editoriale di "Le Temps". Ma la giornalista Joëlle Kuntz avverte: "La Svizzera soffrirà della propria sventatezza quando il Ticino cadrà nelle mani dei soli populisti e leghisti. Quando avrà cessato di fortificare il concerto federale con la sua musica. Quando si accontenterà di essere il nostro Principato di Monaco".Sulla stessa lunghezza d'onda il sociologo Uli Windisch, professore all'università di Ginevra, e il politologo Bernard Voutat, professore all'università di Losanna. Sarebbe sbagliato sottovalutare la forza simbolica e integrativa di un consigliere federale per le minoranze. E proprio per il Ticino, la mancanza di una figura d'integrazione accresce la distanza nei confronti della Berna federale, sostiene Windisch.Nell'attuale dibattito attorno all'occupazione del seggio lasciato vacante da Couchepin domina però l'aspirazione della Svizzera romanda di conservare la seconda poltrona. E questo soprattutto dopo l'apparizione sul palco dei papabili del consigliere agli Stati Urs Schwaller (PPD).Il friburghese è domiciliato a Tafers, capoluogo del distretto germanofono della Sense (Singine in francese). A giudicare dalla stampa romanda di questi giorni, pur essendo perfettamente bilingue, non può rappresentare la Svizzera di lingua francese in governo. In molti argomentano che ha compiuto tutta la sua carriera politica in ambito svizzerotedesco.Persino Couchepin ieri sera al telegiornale della televisione svizzerotedesca (SF) ha affermato che Schwaller non può essere considerato romando. La sua elezione, malgrado le indiscutibili competenze, sarebbe "una catastrofe" per gli equilibri del Paese. Le affermazioni del capo del Dipartimento federale dell'interno (DFI) corrispondono a quelle precedenti del presidente del Partito liberale radicale (PLR) svizzero Fulvio Pelli.Il politologo Voutat sottolinea che fossati linguistici, culturali e religiosi esistono solo quando le persone coinvolte sfruttano le differenze da un punto di vista ideologico e le strumentalizzano. Ad esempio, ricorda il professore losannese, la lingua nella questione giurassiana, che ha condotto alla creazione di un nuovo cantone, è a lungo rimasta dietro le quinte.
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