
Era un giovedì di ottobre di 3 anni fa quando lui, un 31enne parrucchiere siriano da tutti visto come un modello di integrazione, chiese alla sua apprendista di scendere nella cantina del salone per poi abusare di lei.
Questa triste vicenda era emersa in sede processuale il 2 giugno 2017, quando il tribunale distrettuale di Winterthur lo aveva condannato per ripetuta violenza carnale, tentata coazione e ripetute molestie sessuali. Durante il dibattimento era emerso che prima della violenza l’uomo aveva ripetutamente molestato la dipendente, palpeggiandola ripetutamente sul fondoschiena e nelle parti intime ignorando le protesta della giovane.
Come se non bastasse, la ragazza era stata violentata in altre due occasioni, sempre di giovedì, il suo giorno libero. Secondo l’atto d’accusa l’uomo avrebbe fatto leva sulla fragilità della giovane e sulla sua posizione di potere. La ragazza, infatti, aveva già cambiato un posto di apprendistato e per lei sarebbe stato difficile trovare un terzo datore di lavoro disposta ad assumerla. Dopo le violenze e la conseguente denuncia, tuttavia, la giovane era stata comunque licenziata.
In primo grado il parrucchiere era stato condannato una pena detentiva di 4 anni di carcere, una multa di 500 franchi e all’espulsione penale dalla Svizzera per 8 anni. Il 16 ottobre 2018 la Corte Suprema di Zurigo aveva confermato la condanna nonostante l’uomo avesse cambiato strategia difensiva, affermando di essersi innamorato della giovane e di aver mal interpretato la situazione. La vittima, a suo dire, non avrebbe mai detto no né avrebbe tentato di difendersi. Una tesi che la Corte ha però respinto su tutta la linea, ritenendo credibili e documentate le affermazioni dell’apprendista.
Dalla sentenza della Corte cantonale era inoltre emerso che l’uomo aveva falsificato la data della lettera di licenziamento, postdatandola nel tentativo di far passare la denuncia della giovane come una vendetta per aver perso il lavoro.
L’uomo aveva quindi tentato il ricorso in ultima istanza al Tribunale federale (TF) chiedendo di essere prosciolto dalle accuse di ripetuta violenza carnele e tentata coazione. I giudici di Mon Repos, con sentenza del 20 maggio 2019, gli hanno però dato torto confermando quanto già deciso dalla Corte suprema zurighese. Il ricorrente dovrà pure farsi carico di 3'000 franchi di spese giudiziarie.
(Sentenza 6B_1245/2018 del 20 maggio 2019)
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