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Svizzera
Sparatoria di Aarau, il padre del presunto killer: «Come poteva avere tutte quelle armi?»
©URS FLUEELER
©URS FLUEELER
Red.
5 ore fa
Il genitore parla al Quotidien Jurassien e rivela che al 43enne era stata diagnosticata la schizofrenia quasi vent’anni fa - «Percepiva una rendita AI al 100% per disturbi psichici»

«Pensiamo soprattutto alle vittime. A quella giovane donna morta, alla sua famiglia, ai feriti, a tutte quelle persone. È terribile. Ci scusiamo per nostro figlio». A quasi una settimana dalla sparatoria alla rave-party di Aarau, costata la vita a una persona e nella quale altre sei sono rimaste ferite, a parlare per la prima volta è il padre del presunto autore.

In un'intervista esclusiva al «Quotidien Jurassien», il genitore del 43enne di Montsevelier racconta gli ultimi contatti con il figlio e rivela nuovi elementi sulla sua storia personale e sulla sua salute psichica. Secondo il padre, all'uomo era stata diagnosticata la schizofrenia molti anni prima della sparatoria e percepiva una rendita AI al 100% per disturbi psichici.

Il ricovero e il progressivo isolamento

Secondo quanto ricostruisce il quotidiano giurassiano, durante la conferenza stampa successiva alla sparatoria le autorità argoviesi si erano limitate a indicare il sospetto di importanti disturbi psichici. Il padre sostiene però che una diagnosi di schizofrenia fosse stata formulata già molto tempo fa.

Circa vent'anni fa, racconta, il figlio era stato ricoverato per tre settimane in un'unità psichiatrica a Delémont. «Era stato ricoverato, se ricordo bene nel 2007, perché non sopportava più di avere persone attorno e non era più in grado di lavorare normalmente».

Macellaio di formazione, il 43enne aveva poi avuto altre brevi esperienze professionali. Con il passare degli anni, secondo il racconto del padre, si era progressivamente isolato e non parlava quasi mai della propria vita privata. «Eravamo praticamente le uniche persone che vedeva ancora».

Dopo il ricovero avrebbe inoltre sviluppato una forte paura dell'ambiente psichiatrico e la terapia farmacologica sarebbe stata progressivamente ridotta. Secondo il padre, da tempo non assumeva più alcun trattamento. I familiari gli avevano proposto più volte di riprendere un regolare percorso medico, ma lui rifiutava di parlarne.

Doveva raggiungere i genitori in Italia

La famiglia aveva visto il 43enne per l'ultima volta il venerdì precedente alla sparatoria, quando era partito a bordo del suo piccolo furgone bianco attrezzato, come faceva talvolta per trascorrere alcuni giorni fuori casa.

I genitori avrebbero dovuto incontrarlo all'inizio della settimana successiva in Italia per trascorrere insieme le vacanze. L'ultimo contatto era stato un messaggio inviato alla madre: diceva di essere arrivato e che andava tutto bene. La famiglia, però, non sapeva nemmeno dove si trovasse e non sa spiegare cosa facesse ad Aarau.

Nella notte tra il 30 e il 31 agosto i genitori sono stati svegliati dalla polizia. Soltanto alcune ore dopo, durante la perquisizione della camera del figlio nella casa di famiglia, gli agenti avrebbero comunicato loro che l'intervento era legato alla sparatoria.

«Come poteva possedere tutte quelle armi?»

È soprattutto la questione delle armi a sollevare interrogativi nella famiglia. I genitori sapevano che il figlio era interessato alle armi, ma sostengono di non essere a conoscenza dell'arsenale che possedeva e di non averlo mai visto.

«Gli era stata diagnosticata la schizofrenia, percepiva una rendita AI al 100% per disturbi psichici e, nonostante questo, apparentemente poteva possedere tutte quelle armi. Mi chiedo davvero come sia possibile», afferma il padre.

Il genitore contesta inoltre un'informazione fornita dalle autorità durante la conferenza stampa: secondo lui, il figlio non avrebbe mai svolto il servizio militare e non avrebbe quindi potuto conservare un'arma d'ordinanza.

Sempre secondo il padre, il 43enne non era mai stato fisicamente violento nei confronti dei familiari. Poteva però avere momenti nei quali diventava più veemente nelle parole o nell'atteggiamento, salvo poi scusarsi poco dopo. «Era molto difficile da vivere. Ma al di fuori di queste crisi poteva anche essere estremamente gentile con noi».

Il padre non intende accusare nessuno, ma spera che la tragedia possa portare a un cambiamento. «Bisognerebbe colmare questa lacuna amministrativa. Forse oggi esistono altre persone malate che possiedono armi».

E ribadisce infine la vicinanza della famiglia alle persone coinvolte nella sparatoria: «Siamo devastati per le vittime, siamo con loro con tutto il cuore».