
Quella recentemente approdata sui banchi del Tribunale federale (TF) di Losanna è una delle tante, troppe storie di abusi e violenze ai danni di ragazzi minorenni che si sono verificate in Svizzera nel corso degli ultimi anni. La Corte federale ha dovuto esprimersi sul ricorso presentato da un 54enne cittadino italiano che nel luglio 2017 era stato condannato in primo grado a 2 anni di carcere sospesi condizionalmente per 4 anni dal Tribunale correzionale di Losanna per atti sessuali con fanciulli, coazione sessuale, denuncia mendace e istigazione alla falsa testimonianza.
In fase dibattimentale erano emersi i dettagli di questa triste vicenda: il 54enne era arrivato in Svizzera nel 1985, all’età di 21 anni, e nel 2011 aveva sposato una cittadina brasiliana già madre di due figli. La vita coniugale tra i due si è rapidamente deteriorata e l’uomo si era sempre più spesso dimostrato violento nei confronti della donna, intimandole di non parlare in quanto sarebbe arrivata in Svizzera solo grazie a lui. Tra novembre 2012 e luglio 2013 il patrigno aveva ben presto rivolto le sue attenzioni sulla figliastra, approfittando delle assenze della madre e del fratello.
L’uomo aveva iniziato con dei baci sulla bocca, passando a toccamenti intimi e obbligando infine la piccola, appena 12enne all’epoca dei fatti, a masturbarlo e visionare con lui filmati pornografici. "Se parli ti accadranno cose ben peggiori...", la aveva inoltre minacciata, in un'occasione addirittura puntandole un coltello alla gola. Nell’autunno del 2014 la giovane vittima aveva trovato il coraggio di denunciare gli abusi e il patrigno la aveva a sua volta querelata per diffamazione. Ma non solo: nel maggio del 2016 aveva tentato di indurre il figliastro in cerca di lavoro a testimoniare il falso, affermando che la testimonianza della sorella fosse inventata, in cambio di un impiego nel garage dove lavorava.
Le testimonianze alla Polizia della giovane vittima erano state ritenute attendibili da un perito della Corte. In particolare la piccola aveva confidato alla madre che avrebbe preferito morire piuttosto che tornare a vivere con il patrigno. Quest’ultimo aveva impugnato la sentenza della corte cantonale che, a suo dire, avrebbe accertato i fatti “in maniera arbitraria” e senza concedergli di interrogare la figliastra.
Il 14 dicembre scorso la Corte d’appello del Tribunale cantonale losannese aveva respinto tale ricorso, sospendendo parzialmente l'esecuzione della pena detentiva e confermando il periodo di prova di 4 anni. Il 54enne si era così rivolto in ultima istanza al TF, postulando in via principale l’annullamento della sentenza cantonale, il proscioglimento dai capi d’accusa e un indennizzo di 10'000 franchi e in via secondaria il rinvio degli atti al Tribunale cantonale per nuova decisone.
I giudici di Mon Repos gli hanno però dato torto, ritenendo corretti gli accertamenti svolti dalla Corte cantonale e dalle autorità losannesi e ritenuto de facto attendibile la testimonianza della giovane vittima. “È vero che la sentenza impugnata non indica i motivi che hanno spinto la Corte cantonale a negare al ricorrente la possibilità di interrogare la figliastra - si legge nella sentenza del 24 settembre scorso - Tuttavia il Codice di procedura penale prevede che, qualora appaia che l'interrogatorio o il confronto potrebbe esporlo a una grave pressione psicologica, nel corso dell'intero procedimento il minorenne non può di norma essere interrogato più di due volte”.
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