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Svizzera
Riforma previdenza: riparte braccio di ferro fra destra e sinistra
Redazione
9 anni fa

Dopo il no alla riforma pensionistica 2020 torna con nuovo vigore il braccio di ferro sul futuro della previdenza elvetica. Basta paraocchi ideologici, occorre guardare in faccia alla realtà dell'invecchiamento, si dice a destra. No allo smantellamento sociale, rispondono a sinistra. Sarà difficile trovare un nuovo compromesso, osserva il centro. Gli svizzeri non vedranno presto salire l'età di pensionamento a 67 anni, promette il consigliere nazionale Olivier Feller (PLR/VD). Magari nel 2050 si porrà di nuovo la questione ma nel frattempo bisognerà seguire altre strade, fa notare. Secondo Feller l'opposizione odierna a destra era legata all'aumento di 70 franchi delle rendite AVS. A suo avviso la sinistra dovrebbe finalmente aver capito che non è il caso di potenziare il primo pilastro. Anche per la collega di partito Regine Sauter destra e sinistra devono abbandonare le loro posizioni ideologiche, se vogliono trovare nuove soluzioni. Per la consigliera nazionale zurighese il mandato popolare è chiaro: gli svizzeri non vogliono né un ampliamento né un taglio della previdenza. Per realizzare una riforma si tratterà di tornare all'opera da domani: meglio però puntare su singole piccole riforme che su un enorme progetto di cambiamento. Il PS mette però subito in guardia: il no odierno non va interpretato come un'autorizzazione a uno smantellamento sociale: un piano B che preveda un abbassamento del tasso di conversione e un aumento dell'età di pensionamento senza alcuna compensazione sarà combattuto frontalmente. Il partito socialista promette che si impegnerà affinché anche in futuro il popolo possa continuare a pronunciarsi in materia di previdenza. La "depoliticizzazione" del tema voluta dalla destra in realtà non è nient'altro che un tentativo di rendere meno democratico il controllo e di zittire il popolo, sostiene il partito di Christian Levrat. Basta ideologia, il sistema pensionistico va risanato senza paraocchi, è la risposta della Società svizzera degli impresari-costruttori (SSIC). L'età pensionabile e l'aliquota di conversione, che sono in realtà dei parametri attuariali (cioè di matematica delle assicurazioni), sono stati sfruttati dalla politica in modo tale che le soluzioni pragmatiche, anziché diventare concrete, si sono allontanate sempre più, si lamenta l'organizzazione. Gli impresari-costruttori propongono una soluzione nella quale non vi sia più un'età pensionabile definita e dove tutte le persone attive possano scegliere individualmente il momento e i modi con i quali lasciare la vita professionale. Per la SSIC sono da promuovere maggiormente anche i modelli per aziende e settori. Sostanzialmente sulla stessa linea è anche l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM): il popolo ha una volta ancora respinto le utopie della sinistra in materia di assicurazioni sociali. Si tratta della seconda volta nello spazio di un anno che progetti di estensione dell'AVS vengono respinti dal popolo. Per decenni - prevede l'USAM - sarà fuori discussione un aumento delle rendite. Ora si tratta di avviare rapide riforme che assicurino l'equilibrio finanziario del primo e del secondo pilastro sul medio periodo. In una prospettiva di lungo termine un aumento progressivo dell'età di pensionamento sarà inevitabile. Secondo Unia, le ragioni del naufragio sono molteplici. Numerosi voti contrari dipendono dall'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne e dal fatto che i pensionati odierni sarebbero rimasti a mani vuote. Per il sindacato una futura riforma della previdenza per la vecchiaia riuscirà ad avere successo solo se rinuncerà a misure di smantellamento e garantirà miglioramenti anche agli attuali pensionati. Unia esclude altresì categoricamente un innalzamento generalizzato dell'età di pensionamento a 67 anni. Anche per Natascha Wey, copresidente delle donne PS, non se ne parla di aumentare l'età in cui si va in pensione senza sostanziali misure di compensazione. Anzi, per la presidente dei giovani socialisti svizzeri Tamara Funiciello in un'epoca di digitalizzazione sarebbe più logico abbassare l'età dell'abbandono del lavoro. Il cannoneggiamento è quindi di nuovo iniziato: secondo il presidente dell'Unione sindacale svizzera (USS) Paul Rechsteiner conclusa una battaglia ne comincia un'altra, dopo lo "spiacevole" no odierno bisogna ripartire da capo. Più si attenderà a mettere in moto una riforma, maggiormente incisivi diventeranno i passi che si sarà costretti a fare alla fine. Dello stesso avviso è anche il PPD: una riforma è impellente e già oggi è prevedibile che il prossimo progetto avrà costi finanziari più elevati. Il partito fa sapere che non sarà a favore di alcuna proposta che si limiterà a tagli, perché al riguardo il popolo si è già più volte espresso in modo contrario. Oggi un'alleanza contro natura fra organizzazioni economiche svizzerotedesche, estrema sinistra e ala più a destra dello spettro borghese ha impedito un compromesso sulle rendite. "Spetta ora ai vincitori della votazione proporre soluzioni", osserva il consigliere agli Stati Konrad Graber (PPD/LU), dicendosi peraltro pessimista riguardo alla possibilità di trovare soluzioni future in grado di raccogliere maggioranze. E mentre la sinistra alternativa romanda è molto soddisfatta dell'esito del voto - si è assistito a un vero no popolare, ha detto Davide de Filippo, esponente del Cartello intersindacale della funzione pubblica SIT - Travail.Suisse parla di "triste autogol" di frange della sinistra che si sono assunte rischi considerevoli. L'UDC ha in effetti già preso la palla al balzo: il partito promette di impegnarsi a ripresentare in parlamento le parti che considera non contestate della riforma, quali l'aumento dell'età di pensionamento delle donne e il ritocco dell'IVA. Sul fronte della previdenza professionale il partito assicura che si batterà contro qualunque tentativo di legare questo ambito all'AVS.

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