
Il Consiglio federale dovrà chinarsi oggi sull’ultimatum lanciato giovedì dall’Unione europea (UE): o Berna dà via libera all’accordo quadro istituzionale oppure, e in tal caso l'UE è disposta a prolungare di due anni il principio d'equivalenza della borsa svizzera, il governo elvetico risponde negativamente, con la conseguenza che l'equivalenza non verrà più riconosciuta.
Cosa succederà, dunque, tra le mura di Palazzo federale? Indiscrezioni da Oltralpe parlano di uno scenario che sta prendendo sempre più corpo, ovvero un piano C (come Cassis). Il consigliere federale ticinese - che, sottolinea malignamente il Blick, non ha ancora trovato il famoso ‘tasto reset’ - sta cercando di guadagnare tempo con Bruxelles. Per questo sottoporrà l’esito della discussione tra i Sette Saggi alle Commissioni della politica estera del Nazionale e degli Stati e ai Cantoni, avviando una procedura di consultazione che richiederà diversi mesi.
Berna non può infatti né accettare subito né chiudere le porte in faccia all’UE, da qui l’intenzione del capo del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) di posticipare tutto al 2020. Bruxelles non si opporrebbe a questo modus operandi in quanto parte integrante del processo democratico elvetico e lo recepirebbe anzi come un entrata in materia vera e propria da parte del Consiglio federale. Concedendo quindi l’equivalenza borsistica per altri due anni.
Il piano C – spiega il Blick – è stato concepito dopo le difficoltà in cui sono incappati i piani A (il riconoscimento a tempo indeterminato) e B (l’obbligo per le altre piazze europee di chiedere alla Finma un riconoscimento per poter continuare a negoziare titoli di aziende svizzere). Non renderebbe meno ‘amaro’ l’accordo quadro ma “perlomeno la Svizzera guadagna tempo”.
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