
La questione dei richiedenti d’asilo eritrei è stata più volte al centro del dibattito politico nazionale. Dopo le scintille in casa PLR, con lo scontro tra l’ex presidente Philipp Müller e il consigliere federale Didier Burkhalter, che lo aveva tacciato di “insensibilità” per aver voluto negoziare con l’Eritrea un aumento delle quote di rimpatrio. La Confederazione aveva inseguito annunciato di voler rivedere la questione con un po’più di severità, in seguito anche alle pressioni esercitate dai partiti di centro destra e dalla Commissione della politica estera del Nazionale (vedi articoli suggeriti).
Il tema è stato affrontato anche da Eduard Gnesa, ambasciatore straordinario per la cooperazione internazionale in materia di migrazione in seno al Dipartimento federale degli affari esteri. In un’intervista rilasciata alla Neue Zürcher Zeitung Gnesa ha parlato del ruolo più attivo della Svizzera nel Processo di Khartoum, un’iniziativa congiunta dell’Unione europea e dell’Unione africana che prevede un dialogo approfondito sulla gestione della migrazione finalizzato a migliorare la collaborazione tra i Paesi d’origine, di transito e di destinazione attraverso progetti concreti. Dall’inizio del Processo di Khartoum la Svizzera aveva avuto lo statuto di osservatore e dal novembre del 2016 è annoverata tra i membri.
“Non sosteniamo i dittatori locali – ha spiegato Gnesa – ma ci battiamo per i diritti dei profughi e per creare posti di lavoro in Eritrea e Sudan. Ovviamente i regimi devono collaborare”. I risultati concreti dell’adesione elvetica al Processo di Khartoum non sono ancora visibili. “Non bisogna pensare che i Paesi africani saranno da subito disposti a parlare di rimpatri – ha ammonito l’ambasciatore – Tuttavia questo Processo ci dà la possibilità di parlare e affrontare il tema dell'immigrazione illegale”.
Gnesa è poi tornato su un problema molto dibattuto, ovvero il rientro in patria per le vacanze di alcuni cittadini eritrei con lo statuto di rifugiati: “Casi simili ci sono – ha ammesso – E siamo molto arrabbiati, lo statuto di rifugiato non deve prestarsi ad abusi. Ma si tratta di casi isolati: in Svizzera vivono circa 35'000 eritrei, 7'000 dei quali hanno il permesso di domicilio. Lo scorso anno sono stati revocati 6 status di rifugiato”. Ma individuare questi abusi è sempre più difficile: “Se un rifugiato si reca a Milano e ottiene lì un visto d’entrata prima di recarsi in Eritrea, magari passando per il Cairo, è quasi impossibile che venga scoperto”. Ma come fanno a finanziarsi simili viaggi? “Molti eritrei hanno un lavoro in Svizzera, altri beneficiano di aiuti sociali e in Europa c’è una Diaspora tale da fornire loro una vasta rete di contatti”, spiega Gnesa.
Un altro tema molto dibattuto e spesso cavalcato dalla destra è la disponibilità da parte dei rifugiati di smartphone di ultima generazione: “I più poveri non arrivano fino in Europa. Nei rari casi in cui una famiglia riesce a imbarcare un proprio parente, affidandolo ai passatori, il denaro basta anche per un telefono. Il 60% della popolazione africana ne ha uno. È l’unico modo per restare in contatto con i propri famigliari".
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