
Si torna a parlare di presunte spie turche attive in Svizzera. Dopo che lo scorso marzo i quotidiani "Tages-Anzeiger" e "Der Bund" avevano smascherato la loro presenza presso l'Università di Zurigo e dopo che anche alle nostre latitudini c’è chi si è detto preoccupato (vedi articoli suggeriti), ecco che il quotidiano zurighese riporta la testimonianza di una famiglia di richiedenti l’asilo ospite presso il Centro di Juch, nel Canton Zurigo.
A metà settembre i due coniugi volevano recarsi in Svizzera in visita al proprio figlio ma, una volta arrivati in aeroporto, gli è stato vietato di imbarcarsi e gli sono stati ritirati i passaporti a causa dell’appartenenza del capofamiglia al movimento legato a Fetullah Gülen, il ‘grande nemico’ del premier Recep Tayyip Erdogan. I due sono quindi fuggiti in Grecia, riuscendo da lì ad arrivare nel nostro Paese, dove sono stati accolti con in qualità richiedenti l’asilo.
Durante l’intervista con il Tages Anzeiger la donna ha spiegato di essersi spaventata dopo aver visto, tra le mura del Centro, l’imam B.Y., membro della Fondazione turco-islamica svizzera (Türkisch-Islamische Stiftung Schweiz, TISS) legata alla Presidenza degli Affari Religiosi della Turchia (Diyanet).
Dal 2016 la Diyanet è sospettata di tenere d’occhio I cittadini turchi residenti all’estero e per questo motivo la coppia ha inoltrato una formale protesta alla direzione del Centro, sostenuta da diversi ospiti di origine curda, con preghiera di inoltrarla alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM).
Va detto che non vi sono ad oggi accuse concrete contro l’imam. La direzione del Centro di Juch ha confermato che i tre imam attivi presso la struttura hanno superato i controlli del Servizio delle attività informative della Confederazione e dalla SEM.
Lo stesso Imam ha dichiarato al Tages Anzeiger che “i curdi e i simpatizzanti di Gülen non hanno nulla da temere”.
“Diyanet non lavora per Erdogan bensì per il popolo, non musulmani compresi. Non faccio il doppio gioco”.
Arresti di massa in Turchia
Continuano senza sosta in Turchia gli arresti di massa sotto lo stato d'emergenza post-golpe. Nell'ultima settimana, sono 1.291 le persone finite in manette con accuse di "terrorismo", riferisce il ministero degli Interni.
Come accade regolarmente dal colpo di stato fallito del luglio 2016, più della metà (663) sono sospettate di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Massicce anche le operazioni contro supposti affiliati al Pkk curdo, con 486 arresti durante operazioni in cui, sempre secondo Ankara, sono anche stati "neutralizzati" 14 militanti, di cui 3 uccisi. Detenuti anche 133 sospetti affiliati all'Isis e 9 a gruppi illegali di estrema sinistra.
Dal tentato putsch, gli arresti per presunti reati di terrorismo in Turchia sono oltre 50 mila (Ats).
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