
Il fatto che una donna lavori in un bordello non deve essere un ostacolo per l'ottenimento della naturalizzazione agevolata.
Lo ha sancito il Tribunale amministrativo federale (TAF), che ha così capovolto una decisione della Segreteria di Stato della migrazione (SEM).
Al centro della vicenda si trova una donna francese sulla quarantina, sposata da 16 anni con un ginevrino. Entrambi lavorano in un bordello, lui come gerente, lei come prostituta.
Nel marzo 2014 la Segreteria di Stato della migrazione aveva respinto la domanda di naturalizzazione agevolata della donna, in quanto il suo mestiere era stato ritenuto "incompatibile con il diritto alla fedeltà inerente la comunione coniugale".
Ma la donna aveva presentato ricorso, spiegando di "non aver mai intrattenuto rapporti sessuali di piacere con un'altra persona all'infuori del marito".
E il TAF ha accolto il suo ricorso. Nella sentenza si legge che la coppia "presenta la stabilità necessaria malgrado la professione esercitata dalla donna" e che i coniugi si conoscono da più di vent'anni, "vivono allo stesso indirizzo da più di quindici anni e hanno pure concepito un bambino in comune". Inoltre, diverse testimonianze di vicini di casa e di amici hanno confermato il carattere stabile della coppia.
Di conseguenza, tutto l'incarto deve ritornare alla SEM, che dovrà emanare un'altra sentenza in favore della ricorrente, la quale ha diritto a un'indennità per le spese sostenute.
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