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Pensione, il rischio dei conti che non tornano
©CdT/Chiara Zocchetti
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Ats
3 ore fa
Chi oggi va in pensione a 65 anni non dovrebbe basare la propria pianificazione finanziaria solo sull'aspettativa di vita media: una parte considerevole della popolazione ha buone probabilità di trascorrere 25 anni o più da pensionato

Chi oggi va in pensione a 65 anni non dovrebbe basare la propria pianificazione finanziaria solo sull'aspettativa di vita media: una parte considerevole della popolazione ha buone probabilità di trascorrere 25 anni o più da pensionato, mette in guardia uno studio della Scuola universitaria professionale di Lucerna (HSLU).

L'aspettativa di vita

Gli svizzeri vivono più a lungo che mai e il trend è destinato a proseguire: se nel 1948 una donna di 65 anni poteva contare in media su circa 14 anni di vita residua, oggi la cifra è salita a 23 anni. Per gli uomini, il dato è passato da 12 a oltre 20 anni. Un'evoluzione positiva dal punto di vista sanitario e sociale, ma che solleva un interrogativo sempre più pressante: le risorse previdenziali basteranno per finanziare un periodo di quiescenza che per molti potrebbe superare i 25 anni?

Lo studio

Lo studio di HSLU - realizzato dall'Istituto per i servizi finanziari di Zugo (IFZ) con il supporto del fondo d'investimento Vanguard - analizza l'impatto finanziario dell'aumento della speranza di vita sui singoli cittadini e sui sistemi pensionistici, e mette in guardia da un rischio spesso sottovalutato: quello di sopravvivere ai propri risparmi.

Secondo i dati statistici, circa la metà delle donne che oggi compiono 65 anni raggiungerà il traguardo dei 90 anni, mentre per gli uomini la metà arriverà almeno a 87 anni. «Una parte significativa dei 65enni ha oggi una possibilità concreta di vivere molto più a lungo della media: questo può diventare un problema finanziario», afferma la professoressa Anina Hille, autrice della ricerca, citata in un comunicato.

Non sottostimare i rischi

Pianificare la pensione basandosi solo sulla speranza di vita media significa quindi sottostimare il rischio di un ritiro molto lungo. E già pochi anni aggiuntivi possono fare una differenza sostanziale. L'analisi condotta dai ricercatori su tre profili tipo, rappresentativi di diverse fasce di reddito, mostra che per una persona a medio reddito allungare l'aspettativa di vita da 85 a 90 anni fa crescere il deficit cumulato tra entrate pensionistiche (AVS e cassa pensione) e spese di circa un quarto. Se si arriva a 100 anni, il buco finanziario aumenta di circa l'80%.

«Più si allunga la fase del pensionamento, maggiore diventa la necessità di una pianificazione finanziaria accurata», argomenta Hille. «La resilienza economica non si costruisce al momento della pensione, ma lungo l'intero arco della vita. Per questo l'accumulo precoce di patrimonio è una protezione fondamentale contro il rischio di longevità».

Tra aspettative e costi

Un aspetto cruciale evidenziato dallo studio è che vivere più a lungo non significa automaticamente vivere meglio. Se da un lato i dati mostrano un incremento anche degli anni vissuti in buona salute, dall'altro rimane rilevante una fase finale della vita caratterizzata da limitazioni fisiche, necessità di cure o di supporto. E questa fase ha un costo.

«Le conseguenze economiche di una vita lunga non dipendono solo da quanti anni si vivono, ma anche dallo stato di salute in cui si vivono e dalle spese sanitarie, assistenziali e abitative che ne derivano», sottolinea a questo proposito Hille. Per il singolo individuo, dunque, non basta calcolare quanto durerà la pensione: bisogna anche prevedere come sarà spesa.

Lo studio non si limita a fotografare i rischi per i bilanci familiari. La crescente longevità genera una domanda aggiuntiva di servizi e prodotti in ambito sanitario, assistenziale, abitativo, tecnologico e finanziario. «La longevità si sta affermando come uno dei trend strutturali più rilevanti del XXI secolo, sia dal punto di vista economico che sociale», conclude l'esperta.