
La Svizzera non firmerà, per il momento, il patto delle Nazioni Unite sulla migrazione. Lo ha deciso oggi il Consiglio federale, confermando notizie pubblicate stamane dai media, e spiegando in una nota che intende attendere il dibattito parlamentare su questo dossier, che si terrà nel corso dell'imminente sessione invernale delle Camere federali.
La Svizzera non parteciperà quindi alla conferenza internazionale che si terrà a Marrakech il 10 e 11 dicembre durante la quale il patto dovrà essere formalmente approvato, sottolinea un comunicato del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).
Nella nota il governo si dice tuttavia convinto che il Patto globale delle Nazioni Unite per la migrazione risponda agli interessi della Svizzera, perché mira a definire alcuni criteri per una migrazione ordinata, contribuendo così a ridurre i flussi migratori irregolari.
Dopo aver constatato che la Svizzera applica già le raccomandazioni del Patto globale ONU per la migrazione nell'ambito della sua politica in materia, il Consiglio federale aveva stabilito il 10 ottobre scorso di approvarlo con una dichiarazione che esprimeva alcune riserve. In base a quanto previsto dalla legge, aveva poi preso la decisione di sottoporre il dossier al Parlamento per consultazione.
Poiché la decisione finale spetta all'esecutivo come prevede la Costituzione, il Consiglio federale raccomanda di respingere le mozioni che chiedono al Governo di presentare un decreto federale che permetta al Parlamento di decidere in merito all'adozione o meno del Patto ONU per la migrazione. Le mozioni dovranno essere trattate nel corso della prossima seduta del Parlamento che incomincerà lunedì prossimo, il 26 novembre.
Fronda interna...
La decisione odierna del Consiglio federale non sorprende, tenuto conto delle opposizioni a livello politico manifestatesi nelle ultime settimane e mesi. Il 12 novembre, la Commissione della politica estera del Consiglio degli Stati aveva seguito le due commissioni delle istituzioni politiche delle Camere federali stabilendo che il patto avrebbe dovuto essere approvato dal Parlamento.
Diversi consiglieri nazionali e agli Stati, non solo UDC, temono infatti che la firma del patto possa costituire un precedente, poiché il testo conterrebbe rivendicazioni incompatibili col diritto svizzero. Una minoranza ritiene invece che la competenza spetti al Consiglio federale e che il patto costituisca una prima tappa non vincolante. Le sfide poste dalle migrazioni possono essere risolte solo a livello internazionale.
Ieri, l'Azione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI) ha presentato una petizione alla Cancelleria federale munita di 15 mila firme in cui invita il governo a non firmare il documento. Per l'ASNI, il governo vuole eludere il dibattito parlamentare o il voto popolare su un patto che potrebbe limitare i diritti di codecisione dell'elettorato.
...e internazionale
Come rammentato, il 10 ottobre il Consiglio federale aveva annunciato che avrebbe firmato il documento elaborato tra l'altro grazie al sostegno attivo dell'ambasciatore svizzero all'ONU. Tuttavia, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis - vista la crescente opposizione - ha recentemente ritenuto che questo passo potrebbe essere fatto in un secondo tempo.
Quasi tutti i Paesi hanno sostenuto il patto quando è stato approvato dall'Assemblea generale dell'ONU in luglio. Solo gli Stati Uniti si erano già dissociati. Nel frattempo hanno fatto altrettanto l'Ungheria, l'Austria, l'Australia e la Repubblica Ceca. Anche la Polonia potrebbe allungare la lista dei refrattari.
Nell'interesse della Svizzera
In un'intervista rilasciata lo scorso 12 novembre al "Blick", l'ambasciatore svizzero Pietro Mona, capo della delegazione che ha negoziato questo documento a New York, aveva detto che una mancata adesione della svizzera al "Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration" avrebbe avuto effetti negativi sulla credibilità della Confederazione.
A parere del diplomatico ticinese, il patto dell'Onu dà alla Svizzera strumenti supplementari per negoziare accordi di riammissione con altri Stati, come l'Eritrea. Un piccolo Paese come la Svizzera, aveva aggiunto, dipende dalla cooperazione internazionale. Ebbene, questo patto non vincolante di 34 pagine è il primo strumento a livello internazionale volto a far sì che gli Stati cooperino al ritorno dei propri cittadini.
Il fatto che la Confederazione rispetti già i 23 obiettivi di questo accordo non rappresenta secondo Mona un ostacolo sufficiente alla sua partecipazione.
"La migrazione è un argomento che suscita parecchie emozioni, è risaputo", aveva commentato l'alto funzionario del DFAE. "È comprensibile che non tutti in Parlamento siano d'accordo con l'insieme gli aspetti evocati nel testo", aveva spiegato al quotidiano zurighese. "Noi, tuttavia, abbiamo dato tutto per ottenere il miglior risultato possibile". Insomma, il patto così come è uscito dalle discussioni è in linea con i nostri interessi.
L'accordo enumera dieci principi e 23 obiettivi generali per migrazioni sicure, ordinate e regolari. Si tratta di un catalogo di misure che diverge col diritto svizzero per quanto attiene alla detenzione in vista di un allontanamento o espulsione di minori di almeno 15 anni. La legislazione elvetica consente questo tipo di detenzione, mentre il patto raccomanda di evitare simili misure.
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