
Pronunciare parole sessiste nei confronti di una collega non giustifica necessariamente un licenziamento immediato. In una sentenza pubblicata oggi, il Tribunale federale (TF) condanna un datore di lavoro a pagare a un suo dipendente, allontanato senza indugio, lo stipendio dovuto durante il periodo di licenziamento ordinario. Nel corso di un aperitivo in un bar, il 31enne si era rivolto in modo volgare e sessista a una collaboratrice, in presenza di tre colleghi. Al figlio di tre anni della donna aveva detto: "tua mamma è molto bella e se fossi in te le darei baci tutto il tempo". Venutolo a sapere, lei si era rivolta all'ufficio delle risorse umane dell'azienda, una società di consulenza vodese. Dopo un'inchiesta interna, dalla quale era emerso che lo stesso mese l'uomo aveva avvicinato un'altra collega con commenti fuori luogo e facendole piedino sotto il tavolo, era stato licenziato con effetto immediato. Chiamata in causa dall'assicurazione disoccupazione, la giustizia vodese aveva ritenuto ingiustificato l'allontanamento immediato, parlando di un caso davvero "al limite". Secondo i giudici, le molestie del 31enne erano avvenute al di fuori del lavoro e visto che non era un dirigente, niente lascia credere che un avvertimento non sarebbe stato sufficiente. Ora il Tribunale federale conferma questo punto di vista. "Non si tratta di minimizzare le affermazioni sessiste dell'interessato", rileva la corte losannese, ma i fatti non sono sufficientemente gravi per pronunciare un licenziamento immediato. (sentenza 4A_124/2017 del 31 gennaio 2018)
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