
La polizia cantonale bernese ha rifiutato a giusta ragione il permesso d'acquisto di armi a Nicholas Blancho, presidente del Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS). Il Tribunale federale ha respinto in ultima istanza il suo ricorso in una sentenza pubblicata oggi.
Nell'ottobre 2014 Blancho, uno svizzero nato nel 1983 a Bienne e convertitosi all'Islam quando aveva 16 anni, aveva presentato alla polizia bernese una richiesta di permesso d'acquisto d'armi. Voleva comperare una pistola SIG Sauer P226 di calibro 9 mm, munita di un caricatore da 15 colpi. Il militante islamico giustificava la sua intenzione adducendo gravi minacce contro di lui e contro la sua famiglia.
La polizia aveva rifiutato e il suo no era stato confermato da diverse istanze cantonali alle quali Blancho aveva presentato ricorso, da ultimo il Tribunale amministrativo bernese in una sentenza pubblicata lo scorso 3 gennaio.
Non c'è garanzia che il 34enne utilizzi l'arma in modo responsabile e rispettoso della legge, hanno sostenuto le autorità bernesi, richiamandosi alle opinioni islamiche radicali del presidente del CCIS e sostenendo che egli non riconosce i diritti umani e lo stato di diritto in Svizzera. Le medesime autorità hanno anche rilevato che Blancho ha giudicato legittima la resistenza violenta in certi casi, in particolare quella contro le "forze interventiste occidentali" in paesi musulmani.
Pronunciandosi sull'ennesimo ricorso di Blancho, il Tribunale federale rileva che questi si limita a una critica generale delle affermazioni dell'istanza precedente, senza argomentare veramente sulle sue considerazioni. Il ricorso non risponde dunque all'obbligo di motivazione.
Per quanto riguarda le supposte minacce invocate dal presidente del CCIS, i supremi giudici di Losanna rilevano che Blancho non spiega in quale misura il rifiuto di un permesso d'acquisto comporterebbe un rischio per la sua sicurezza personale. Anche su questo punto, la motivazione del ricorso è giudicata carente.
Contro Blancho e due membri del CCIS è tuttora in corso un procedimento penale avviato dal Ministero pubblico della Confederazione: i tre dovranno comparire il 16 e il 17 maggio prossimo davanti al Tribunale penale federale di Bellinzona, con l'accusa di violazione della legge federale che vieta i gruppi al-Qaida, Stato islamico (Isis) e organizzazioni associate. La lettura della sentenza è in agenda per il 25 maggio.
Al centro dell'accusa: un video, girato da uno degli imputati e diffuso dal CCIS, con un'intervista esclusiva ad Abdallah al-Muhaysini, ritenuto dalla Procura federale un alto rappresentate di al-Qaida in Siria. Sul suo sito il CCIS definisce "politico" il processo e "senza fondamento" le accuse, negando l'appartenenza dell'intervistato al gruppo terroristico islamico.
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