
Si svolge oggi a Zurigo il processo al giovane delinquente zurighese noto con il nome di "Carlos" che deve rispondere di una serie di aggressioni ai danni di secondini, poliziotti e altri detenuti. L'atto d'accusa, lo ricordiamo, elenca ben 19 episodi.
"Carlos", che oggi ha 24 anni, deve rispondere di lesioni personali gravi, violenze e minacce contro autorità e funzionari e danneggiamenti. Il detenuto, che per anni ha seguito corsi di "boxe thailandese", ha causato danni per circa 40'000 franchi in vari istituti di pena. A ciò si aggiungono i danni fisici e morali riportati dalle persone aggredite. Fra queste figura un secondino che ha dovuto sottoporsi ad una psicoterapia, dopo essere stato picchiato in modo così violento da rendere necessario l'intervento di sei uomini per allontanare l'aggressore.
"Carlos" è attualmente detenuto nel penitenziario di Regensdorf (ZH) ed il processo avrebbe dovuto tenersi davanti al Tribunale distrettuale di Dielsdorf (ZH). Per motivi di spazio il processo è tuttavia stato trasferito nella sede del Tribunale distrettuale di Zurigo. Il 23enne non si è però presentato in aula in quanto, ha spiegato i suo legale, "il suo stato psicofisico si è aggravato a causa della reclusione in isolamento". Il 24enne ha quindi rifiutato di lasciare il carcere. Il giudice, dopo un primo intervento di un'unità speciale della polizia, si è presentato di persona nella sua cella nel tentativo di convincerlo a far fronte alle proprie responsabilità, ma invano.
Il processo è così stato celebrato in sua assenza e il procuratore pubblico in apertura dei dibattimenti non ha avuto dubbi. Carlos, ha detto, deve essere internato: una semplice pena privativa della libertà non basta a rimetterlo sulla giusta strada. Rinchiudere un giovane di 24 anni per un periodo indeterminato può apparire una misura esagerata, ma la società, ha aggiunto, deve essere protetta da questa persona. "Nemmeno dietro le sbarre si è dato una calmata. L'internamento è l'unica soluzione", ha dichiarato in aula il procuratore pubblico Ulrich Krättli.
Carlos, che ha alle spalle una lunga storia di delinquenza, è un caso estremo ed è fuori questione, secondo il procuratore, che una volta scontata la pena possa essere rimesso in libertà. "Sarebbe una minaccia per la sicurezza pubblica", con il rischio concreto che un momento o l'altro ci possa scappare il morto. L'internamento è la sola soluzione applicabile. Il problema in sé non viene risolto, ma la società va protetta. La perizia psichiatrica descrive Carlos, sportivo ed esperto di arti marziali, come un giovane affetto da disturbi della personalità, con elementi psicopatici e narcisistici, facilmente irritabile che considera ostile il mondo intero. Quanto sia pericoloso lo hanno sperimentato sulla propria pelle negli scorsi anni numerosi compagni di prigionia, poliziotti e guardie carcerarie. In totale, nel processo odierno, a Carlos sono stati contestati 19 episodi di violenza. Ha anche inviato una lettera minacciosa al ministero pubblico, apostrofandolo con l'epiteto di "figlio di puttana".
Diversa la valutazione dei fatti dell'avvocato difensore, secondo il quale l'internamento non farebbe altro che peggiorare la situazione. Nel trattare la vicenda, ha detto, le autorità hanno subito intrapreso la via della repressione, che si è rivelata fallimentare e che ha posto Carlos in una sorta di "modalità di combattimento". L'avvocato ha chiesto per il suo assistito una pena detentiva ordinaria. "Non siamo in presenza di reati gravi, niente omicidi, niente stupro". Carlos, in carcere da un anno, deve essere rimesso in libertà. Deve poter "inseguire il suo sogno di diventare un pugile di successo". Il trattamento che gli viene attualmente riservato è "disumano e umiliante". La sentenza verrà resa nota verosimilmente il 6 novembre.
Carlos è entrato in conflitto con la giustizia all'età di dieci anni, quando venne sospettato di aver appiccato un incendio. È salito agli onori della cronaca nell'agosto del 2013, dopo che la televisione della Svizzera tedesca mandò in onda un documentario in cui venivano descritte le speciali misure di reinserimento cui era stato sottoposto, che prevedevano tra l'altro lezioni di boxe thailandese. Il documentario provocò polemiche, anche per gli alti costi delle misure di recupero sociale, pari a 29 mila franchi al mese, ma causò scossoni anche nel mondo della politica. A questa vicenda viene infatti attribuita la mancata rielezione dell'allora responsabile del dipartimento zurighese della giustizia Martin Graf (Verdi), che in seguito si disse "vittima delle esagerazioni dei media".
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