
Uno dei tre iracheni condannati nel marzo 2016 dal Tribunale penale federale (TPF) per sostegno all'organizzazione terroristica islamica Isis aveva accettato di lasciare la Svizzera volontariamente verso la Turchia (vedi articoli suggeriti). Al suo arrivo a Istanbul gli è stato tuttavia impedito l'ingresso nel paese e ha dovuto prendere il volo di ritorno. La notizia, pubblicata oggi dai giornali "Tages-Anzeiger" e "Der Bund", è stata confermata all'ats dalla portavoce dell'Ufficio federale di polizia (Fedpol) Lulzana Musliu. Questa non ha però voluto esprimersi sulle ragioni della fallita espulsione e si è limitata a dire che "se a una persona viene negato l'ingresso in un paese, secondo gli standard internazionali viene rimandata nel luogo di partenza". Ogni paese - ha aggiunto - può negare l'ingresso a uno straniero fondandosi sulle proprie basi legali, senza dover comunicare e tanto meno motivare la propria decisione al paese di partenza. L'iracheno, membro della cosiddetta cellula sciaffusana dell'Isis, era stato condannato il 18 marzo 2016 a tre anni e mezzo di carcere dal TPF di Bellinzona. Già nel settembre successivo era stato scarcerato, dopo aver scontato i due terzi della pena (era in prigione sin dal 2014). Proprio ieri Berna aveva confermato la notizia che l'uomo aveva ritirato il suo ricorso in ultima istanza al Consiglio federale contro la decisione di espulsione, motivata da Fedpol con il fatto che continua a costituire "un pericolo per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera". Secondo quanto scrivono "Tages-Anzeiger" e "Bund", le autorità elvetiche erano riuscite a convincere l'iracheno, residente nel canton Argovia, a lasciare la Svizzera volontariamente con la moglie, pure irachena, e la figlia. Non verso l'Iraq, paese in cui a suo dire rischia la pena di morte e dove dunque difficilmente può essere espulso, ma verso un altro paese. I chiarimenti a tal fine sarebbero durati mesi. La famiglia ha infine ottenuto un visto d'ingresso in Turchia. Alla fine di giugno il viaggio in aereo verso Istanbul. All'aeroporto, a sorpresa, l'ingresso in Turchia è però stato negato e la famiglia è stata costretta a tornare in Svizzera, dove ha dovuto restituire i 7000 franchi di "aiuto al ritorno" concessi a madre e figlia (non al padre, formalmente, in quanto pregiudicato). Stando ai due giornali, i funzionari alla dogana avrebbero spiegato all'iracheno che la Turchia aveva adottato nell'estate 2014 un divieto d'ingresso contro di lui, dopo un avvertimento svizzero che successivamente nessuno a Berna si è preoccupato di ritirare. In una mail all'ats, la portavoce di Fedpol scrive che il rimpatrio delle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica "è nell'interesse della Svizzera" e che "siamo in contatto con diversi paesi di provenienza, anche con l'Iraq". Lulzana Musliu conferma che nel febbraio 2017 ci sono stati colloqui con una delegazione irachena al riguardo. Colloqui tanto più importanti - aggiunge - visto che in Iraq non c'è una rappresentanza diplomatica elvetica. Secondo "Tages-Anzeiger" e "Der Bund" che menzionano, "fonti irachene", nell'incontro si è discusso soprattutto del caso in questione: da parte svizzera sarebbe stata chiesta una garanzia in favore dell'iracheno da espellere, garanzia che la delegazione del paese mediorientale non sarebbe però stata disposta a dare. Nella sua mail la portavoce di Fedpol rammenta che l'ufficio federale sta elaborando un "pacchetto legislativo" che dovrebbe consentire l'adozione di "misure preventive di polizia" al di fuori dei procedimenti penali. Come già noto, fra queste figurano l'obbligo di presentarsi a un posto di polizia e il ritiro dei documenti d'identità, come pure la possibilità di sorvegliare in modo discreto le persone sospette segnalate nel Sistema d'informazione di Schengen (SIS).
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