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"Mia moglie ha un altro? Vabbé, che c'è di strano?"
"Mia moglie ha un altro? Vabbé, che c'è di strano?"
"Mia moglie ha un altro? Vabbé, che c'è di strano?"
Redazione
8 anni fa
Un'unione di comodo è stata smascherata dalle autorità zurighesi grazie al delle fotografie postate su Facebook

Una vacanza, momenti di intimità con il partner, una cena con i parenti. Momenti preziosi della vita di ogni coppia che spesso vengono immortalati e postati online. D’altronde i social sono qui per questo: condividere (anche) con i propri contatti attimi importanti della propria vita. In sé qualcosa di positivo, ma alcuni problemi potrebbero sopraggiungere se l’autrice del post è in realtà sposata con un altro uomo e se, tra i numerosi ‘like’, vi è pure quello della Polizia cantonale Non che una relazione extraconiugale sia un reato, sia ben chiaro, ma i problemi insorgono se proprio grazie al quel matrimonio il marito ha potuto ottenere un permesso di dimora necessario a stabilirsi in Svizzera.

I protagonisti di questa vicenda sui cui si è recentemente chinato il Tribunale federale (TF) sono un 30enne cittadino turco e una35enne cittadina svizzera, sposatosi nel marzo del 2011. Grazie a questa unione l’uomo aveva potuto beneficiare di un permesso di dimora valido fino a luglio 2020. Già pochi mesi dopo il loro matrimonio, però, i due erano stati ammoniti dalla Polizia a causa di alcune infrazioni alla Legge federale sugli stranieri (LStr).

A fine febbraio 2015 la svolta: una testimone aveva avvertito telefonicamente la Polizia cantonale di un presunta unione di comodo tra i due. I successivi accertamenti avevano confermato i sospetti e il 15 giugno 2016 l’Ufficio della migrazione del Canton Zurigo aveva deciso di revocare il permesso B del marito. La decisione era stata confermata su ricorso dalla Direzione della sicurezza e dal Tribunale amministrativo cantonale. Il 20 dicembre 2017 il marito aveva inoltrato un ricorso al TF.

Dagli accertamenti condotti dalla Polizia zurighese era emerso che i due coniugi si erano conosciuti in Sicilia e che il matrimonio era stato combinato dal cugino del 30enne, che era pure il datore di lavoro della donna. Le autorità hanno fatto leva sulle scarse conoscenze linguistiche del marito che, nei primi anni di matrimonio, aveva reso difficoltosa la comunicazione tra i coniugi. A nulla sono bastate le fantasiose spiegazioni del 30enne, secondo cui la coppia parlava in realtà una loro “lingua dell’amore”. Pure la relazione della donna con un altro uomo, un cittadino elvetico, è stata definita “naturale” per una “coppia aperta” come la loro. A casa della moglie, inoltre, non erano state rinvenuti oggetti personali e fotografie del marito.

In base a questi elementi anche il Tribunale federale non ha potuto far altro che dare ragione alla Corte cantonale e alle autorità zurighesi e confermare la revoca del permesso B del ricorrente, che dovrà pure farsi carico delle spese giudiziarie di 2'000 franchi.

La vicenda ricorda molto quella di un cittadino serbo che aveva sposato una cittadina elvetica per poter beneficiare di un permesso B nonostante avesse da più di un anno una fidanzata in patria. Galeotto, in quel caso, fu uno status di Facebook che consentì alle autorità (e alla moglie tradita) di scoprire l’inganno (vedi articolo suggerito).

(Sentenza 2C_1077/2017 dell'8 gennaio 2019)

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