
Non sono piaciuti al Governo ungherese una serie d’articoli della Tribune de Genève nei quali si criticava la gestione della pandemia del Presidente Viktor Orban, accusandolo di aver usato la legislazione d’emergenza per mettere a tacere le voci critiche durante la pandemia. Per questo la redazione si è vista recapitare una lettera firmata dall’ambasciatore ungherese a Berna, István Nagy, che chiede le scuse della redazione entro 24 ore. Lo segnala Reporter senza frontiere, che sottolinea come misure simili sono state adottate dai diplomatici ungheresi in Austria, Finlandia e Svezia, denunciando inoltre un’operazione di intimidazione contro i corrispondenti dei media stranieri in Ungheria, oltre a quella già esercitata sui media ungheresi.
Gli articoli si riferivano in particolare alla minaccia di una condanna fino a cinque anni di carcere per aver diffuso “false informazioni” sul coronavirus, denunciata anche da RSF, che “ha avuto un effetto decisamente intimidatorio sui giornalisti, ma anche sulle loro fonti, soprattutto sugli operatori sanitari”. “Lo stesso vale per lo spettacolare arresto, pubblicato sul sito della polizia”, si legge ancora, “di due pensionati, tra cui un attivista dell’opposizione locale, per i loro post critici sull’azione del governo su Facebook”.
RSF Svizzera, si legge nella nota, condanna fermamente l’intervento dell’ambasciatore ungherese, “che è contrario alla libertà di stampa e cerca di esercitare un effetto deterrente sul corrispondente di un media svizzero sul posto”. RSF Svizzera ricorda inoltre che un media “non deve scusarsi con un governo, né svizzero né straniero, soprattutto quando, come nel caso dell’Ungheria, è oggetto di ripetute critiche”. “Dopo aver limitato la libertà di stampa in Ungheria, il governo ungherese vorrebbe ora mettere a tacere i media stranieri”, denuncia Pavol Szalai, capo dell’ufficio UE/Balcani presso la RSF. “Il contenuto di queste richieste di scuse e il tono con cui vengono formulate ne fanno un atto di intimidazione inaccettabile”, continua Szalai, “che ci fa temere un effetto deterrente sulle redazioni straniere e sui loro corrispondenti in Ungheria”.
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