
L'iniziativa «Per la democrazia diretta e la competitività del nostro Paese - No a una Svizzera membro passivo dell'UE (Iniziativa Bussola)», che chiede di sottoporre a referendum obbligatorio il pacchetto di accordi con l'UE, va respinta. Parola del Consiglio federale, secondo cui la proposta è troppo vaga e interferisce col normale processo democratico.
L'iniziativa Bussola chiede di sottoporre al voto del Popolo e dei Cantoni i trattati internazionali che prevedono il recepimento di disposizioni importanti contenenti norme di diritto. Intende così estendere il referendum obbligatorio in materia di trattati internazionali.
Al momento della consegna delle firme alla cancelleria federale il 29 agosto del 2025, il comitato promotore aveva ribadito la richiesta che la loro iniziativa venisse sottoposta a votazione prima che venisse presa una decisione sui trattati con Bruxelles. Ciò è possibile, anche se i tempi sono stretti, secondo i promotori.
Da parte sua, il Consiglio federale ha sempre sostenuto che il pacchetto di accordi con l'Ue debba essere sottoposto a referendum facoltativo, ciò che richiede solo la maggioranza del popolo e non dei Cantoni in caso di consultazione popolare. Tale posizione è stata ribadita ancora ieri.
In merito all'iniziativa Bussola, davanti ai media il consigliere federale Beat Jans ha sostenuto oggi che le modifiche costituzionali proposte creerebbero nuove incertezze giuridiche. Il governo, ha spiegato, rifiuta in particolare di legare una questione fondamentale come l'estensione del referendum sui trattati internazionali al caso specifico dei Bilaterali III. Secondo l'esecutivo, un tale pilastro della democrazia «non deve essere modificato sulla base di considerazioni politiche a breve termine e senza un dibattito di fondo».
A giudizio del Governo, ha aggiunto il «ministro» basilese, un referendum obbligatorio «sui generis» - applicato per esempio nel 1992 per la votazione sullo Spazio Economico Europea, n.d.r - può giustificarsi solo in casi eccezionali, quando un accordo modifica profondamente la struttura delle istituzioni svizzere o comporta un cambiamento fondamentale nella politica estera della Svizzera. Ma non è questo il caso del pacchetto di accordi con l’UE, secondo Jans.
Il Consiglio federale, ha ribadito Jans, privilegia l'opzione del referendum facoltativo. Questa via corrisponde alla prassi seguita per gli Accordi bilaterali I e II ed è quella preferita dalla maggioranza dei cantoni e dei partiti.
Alcune formulazioni presenti nel testo dell'iniziativa sono inoltre giudicate troppo vaghe dal governo, come le richieste riguardanti l'adozione del diritto straniero. «Per il popolo, le conseguenze di un'approvazione non sarebbero chiare», ha sottolineato Jans.
Le conseguenze di una simile estensione dei diritti popolari sui trattati internazionali sarebbero ampie e andrebbero ben oltre la questione del referendum obbligatorio o facoltativo per il pacchetto Svizzera-UE, aspetto quest'ultimo sul quale dovrà decidere il parlamento.
Un punto particolarmente problematico è la disposizione transitoria del testo. Questa interferisce con il processo politico in corso e cerca di modificare a posteriori le modalità di voto applicabili agli Accordi bilaterali III. Se quest'ultimo pacchetto venisse ratificato prima di un'eventuale approvazione dell'iniziativa, una parte degli Accordi bilaterali I e II sarebbe già stata sostituita dai nuovi accordi. «Non sarebbe quindi possibile tornare alla situazione attuale perché questa non esiste più. Si dovrebbe negoziare qualcosa di nuovo. E ciò metterebbe a dura prova le relazioni tra la Svizzera e l'UE», ha sottolineato.
Per questo l'esecutivo crede che questo modo di procedere «si discosti dal collaudato sistema democratico svizzero e sia pertanto inappropriato». Per garantire la certezza del diritto, una modifica delle regole democratiche non deve basarsi su un caso specifico e deve applicarsi esclusivamente alle future votazioni.

