
L'accordo tra Svizzera e UE sulla libera circolazione delle persone, in vigore dal 2002, non ha affatto posto sotto pressione i salari dei lavoratori elvetici, ad eccezione di determinati gruppi professionali. Ne hanno risentito soltanto diplomati e laureati. Lo rileva uno studio dell'università di Ginevra, realizzato su mandato della Segreteria di Stato dell'economia (SECO). Il bilancio dell'accordo è "prevalentemente positivo": in base alle stime, gli impatti dell'immigrazione sono complessivamente minimi. In questi oltre dieci anni - secondo lo studio pubblicato oggi - l'accesso al mercato del lavoro svizzero è stato gradualmente liberalizzato. Le imprese elvetiche hanno sfruttato e continuano a sfruttare ampiamente le nuove possibilità di reclutamento di manodopera. Esse ricorrono sempre di più alla possibilità di fornire servizi nella Confederazione per un periodo fino a 90 giorni all'anno senza l'obbligo di richiedere un permesso. L'apertura del mercato del lavoro - scrive la SECO in un comunicato - ha suscitato il timore che l'aumento dell'immigrazione avrebbe avuto conseguenze negative sulle condizioni salariali e lavorative in Svizzera. Lo studio dell'Università di Ginevra giunge alle stesse conclusioni di analoghi rilevamenti fatti in passato: "gli effetti sui salari sono minimi". Soltanto i lavoratori svizzeri con una formazione di livello terziario (università, scuola universitaria professionale o formazione professionale superiore) e un'esperienza professionale media (6-25 anni) hanno subito "una leggera pressione" sui salari. ATS
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