
Che cosa succederebbe se la più grande banca svizzera si trovasse nuovamente in difficoltà? È la domanda alla base della cosiddetta «Lex UBS», la riforma delle regole sul «too big to fail» che approda al Parlamento sulla scia del crollo di Credit Suisse nel 2023. L’obiettivo è rafforzare la capacità di UBS di affrontare una crisi senza mettere a rischio l’economia svizzera e senza chiamare nuovamente in causa i contribuenti. Il nodo principale riguarda le attività della banca all’estero: il Consiglio federale, sostenuto da Banca Nazionale e Finma, chiede che siano coperte integralmente da capitale proprio di elevata qualità. La Commissione degli Stati propone invece un compromesso: l’ammontare complessivo delle garanzie rimarrebbe invariato, ma metà potrebbe essere costituita da capitale liquido e l’altra metà da obbligazioni speciali AT1, che si attiverebbero in caso di emergenza.
La politica è già divisa sul cuscinetto di sicurezza
Per il consigliere agli Stati del Centro Fabio Regazzi, la proposta del Consiglio federale è «troppo estrema e troppo rigida». La soluzione elaborata dalla Commissione, sostiene, rappresenta invece «un compromesso» e consentirebbe di evitare un eccessivo appesantimento per UBS. Il timore è che maggiori requisiti di capitale si traducano in costi più elevati per clienti privati e aziende e in una maggiore prudenza nell’erogazione di crediti.
Di parere opposto la consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin, secondo cui il compromesso della Commissione degli Stati «non è abbastanza». Per Gysin, il pacchetto del Consiglio federale rappresentava «il minimo indispensabile» per evitare che una nuova crisi bancaria ricadesse sulla collettività. Una regolamentazione più severa, sostiene, renderebbe inoltre la piazza finanziaria svizzera «più resiliente» senza necessariamente comprometterne la competitività.

