
Vittoria parziale per Erwin Sperisen contro la Svizzera alla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU). L'organo con sede a Strasburgo ha accolto un ricorso dell'ex capo della polizia nazionale civile del Guatemala riguardo alla parzialità della presidente della Camera penale d'appello e di revisione ginevrina. Lo Stato dovrà quindi versargli 15'000 euro.
Gli altri reclami di Sperisen, in particolare riguardanti la sua detenzione, sono invece stati considerati irricevibili. Tuttavia, in una decisione pubblicata oggi, i giudici della CEDU constatano che i commenti fatti dalla presidente nell'ottobre 2017 "andassero oltre l'affermazione di un semplice sospetto".
Osservazioni della giudice ginevrina sotto la lente
All'epoca, la giudice si stava esprimendo sull'annullamento di un'ordinanza di proroga della carcerazione dell'interessato, dopo che il Tribunale federale (TF) aveva ordinato di rivedere l'ergastolo inflitto dai precedenti due gradi. La presidente aveva ritenuto che ci fossero "accuse sufficienti" che rendevano "verosimile" la prospettiva di una nuova condanna. Inoltre, sottolineava come gli elementi del dossier continuassero "a parlare in favore della colpevolezza". Nella sua decisione, la CEDU osserva che la giudice ha fatto le sue osservazioni non all'inizio dell'inchiesta, bensì a procedimento concluso. Tali commenti dimostrano che "la differenza fra la valutazione del mantenimento della detenzione e l'accertamento della colpevolezza a fine processo era ormai diventata minima".
"Diritto a un tribunale imparziale non rispettato"
In queste condizioni, Sperisen poteva "ragionevolmente temere che la magistrata avesse un'idea preconcetta sulla questione della sua colpevolezza", scrivono dalla Francia. Il diritto a un tribunale imparziale non è dunque stato rispettato. All'uomo è stato pertanto riconosciuto il versamento da parte della Svizzera di un indennizzo di 15'000 euro per le spese sostenute. In un comunicato, i legali di Sperisen prendono atto della decisione della CEDU. Ritengono che il loro cliente sia stato vittima di un tribunale la cui "mancanza di indipendenza e imparzialità è stata stabilita".
La condanna di Sperisen
L'imputato nel giugno 2014 era stato condannato all'ergastolo dal Tribunale criminale di Ginevra, sentenza confermata nel maggio successivo in secondo grado. Dopo che nel 2017 il TF aveva parzialmente accettato un suo ricorso, il caso era tornato alla Camera penale d'appello e di revisione ginevrina, che gli ha inflitto 15 anni da passare dietro le sbarre nell'aprile 2018. Lo stesso TF ha confermato definitivamente questa pena nel novembre 2019.
Gli avvocati chiedono la scarcerazione
Stando agli avvocati Giorgio Campa e Florian Baier, le decisioni della giustizia elvetica sono contrarie alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e vanno annullate. I due, che reclamano l'immediata scarcerazione del loro cliente, si esprimeranno domani davanti ai media.
Cosa ha fatto Sperisen
Erwin Sperisen, cittadino svizzero e guatemalteco nato il 27 giugno 1970, ha diretto la polizia nazionale civile del Paese centroamericano tra il luglio 2004 e il marzo 2007, anno in cui si è rifugiato con la famiglia a Ginevra, prima di essere arrestato nel 2012 a seguito delle accuse mosse nei suoi confronti da varie associazioni. L'uomo, soprannominato "il Vichingo" a causa della sua imponente statura e della folta barba rossa, è stato ritenuto a conoscenza dei dettagli dell'operazione "Pavo Real", che aveva come obiettivo riprendere il controllo del penitenziario di Pavon dove, il 25 settembre 2006, era scoppiata una rivolta. Nel corso di un intervento pianificato effettuato da un commando composto da stretti collaboratori di Sperisen e guidato da Javier Figueroa, suo amico d'infanzia e braccio destro, sette reclusi, considerati come leader dell'ammutinamento, erano stati uccisi. Dal canto suo, Figueroa è stato scagionato da un tribunale di prima istanza austriaco già nel 2013, un verdetto non contestato in appello. I difensori di Sperisen, che è stato considerato "solo" complice delle esecuzioni, si sono rivolti a Strasburgo anche per questa presunta incongruenza.

