
“Quella lettera dei talebani potrebbe essere benissimo falsa”. Con questa motivazione il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha definitivamente confermato la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) di non concedere l’asilo a un cittadino afgano che sosteneva di essere stato minacciato di morte in patria.
Dopo aver già respinto un ricorso in tal senso il 12 ottobre 2016, la Corte federale ha dovuto chinarsi nuovamente sul caso negli scorsi mesi. Il 3 maggio 2018, infatti, l’uomo aveva invitato la SEM riconsiderare la sua decisione, presentando un nuova domanda d’asilo. La Segreteria di Stato della migrazione l’aveva respinta, trattandola (erroneamente, come poi stabilito dal TAF) come una domanda di revisione della sua decisione, e l’incarto era nuovamente approdato sui banchi della corte sangallese.
Nel suo ricorso l’uomo aveva allegato una lettera di minacce scritta, a suo dire dai talebani (che avrebbero sequestrato suo padre), un articolo dell’ATS del 12 novembre 2018 intitolato “Attentato suicida a Kabul” e un certificato medico. Elementi che la Corte ha giudicato insufficienti a provare l’esistenza di un concreto rischio per la sua incolumità in caso di rientro in Afghanistan e a giustificare una sua permanenza in Svizzera.
In particolare, si legge nella sentenza del 7 gennaio scorso pubblicata ieri, la lettera potrebbe essere un falso, mentre il suo disturbo post-traumatico da stress “può essere curato anche in patria”.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

