
Il presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) Kurt Koch ha pubblicato oggi una lettera aperta ai cattolici elvetici sulla vicenda Vaticano-lefebvriani. Ci si può chiedere se Roma non sia andata troppo incontro alla Fraternità San Pio X, scrive il responsabile della diocesi di Basilea nella sua missiva di sette pagine. La Chiesa cattolica svizzera teme una perdita di fedeli a causa delle polemiche successive alla revoca della scomunica per i vescovi lefebvriani, in particolare per il negazionista britannico Richard Williamson. Il riavvicinamento di Roma con questa comunità ultrancoservatrice pone la Chiesa cattolica in una situazione difficile, rileva il vescovo, precisando di esprimersi a titolo personale. "Il prezzo da pagare per l'unità non è troppo alto?", prosegue monsignor Koch, aggiungendo di capire tutti coloro che lo pensano. Anche per lui, "nella situazione attuale è molto difficile vedere qualcosa di positivo". Koch ribadisce poi che l'antisemitismo e la negazione dell'Olocausto non trovano posto nella Chiesa cattolica. E aggiunge che se la Fraternità San Pio X vuole il pieno riconoscimento deve accettare i principi fondamentali del Concilio Vaticano II. Nella sua lettera, che comincia con "cari fratelli e sorelle", Koch critica il modo in cui è avvenuta la comunicazione in seno alla Chiesa cattolica: sulla revoca della scomunica il presidente della CVS dice di essere stato informato soltanto il giorno stesso, sebbene la Svizzera sia direttamente toccata dalla decisione. La sede centrale della Fraternità San Pio X si trova infatti a Ecône, in Vallese. Nonostante le critiche e le domande aperte, Koch difende tuttavia a più riprese nella sua lettera Benedetto XVI. "La storia darà ragione al papa" per aver fatto tutto il possibile per sormontare la divisione avvenuta dopo il Concilio Vaticano II, sostiene il vescovo. Andando incontro alla Fraternità il pontefice ha pensato anche ai suoi 600'000 fedeli, aggiunge Koch. Ieri era stato il vescovo San Gallo, Markus Büchel, a pubblicare una lettera aperta in cui criticava la Fraternità San Pio X e l'atteggiamento titubante del papa. Le prese di posizione dei vescovi riflettono il disagio che percorre la base in questi giorni, in cui si è registrato un incremento delle dimissioni dalla Chiesa cattolica. Le istanze formali di fedeli che chiedono di uscire dalla Chiesa non sono ripartite regolarmente sull'arco dell'anno, ha spiegato oggi all'ATS Walter Müller, portavoce della CVS: ogni volta dopo dichiarazioni controverse del papa si constata un numero accresciuto di partenze. Sarà probabilmente così anche questa volta, aggiunge Müller. Il portavoce dice di non disporre di cifre concrete per il momento. A suo avviso è ancora troppo presto per trarre primi bilanci: le persone riflettono in genere a lungo prima di chiedere l'uscita dalla Chiesa. A spingere a questo passo può essere una presa di posizione del Vaticano, ma anche il desiderio di sottrarsi al pagamento dell'imposta ecclesiastica. Come la CVS anche le chiese cantonali sono preoccupate. "Stavolta sarà peggio" che in occasione di altre decisioni controverse di Roma, teme Guido Saxer, responsabile dell'Amministratore sinodale della Chiesa cattolica lucernese. "L'ultima decisione del papa non la capisce veramente nessuno", aggiunge Saxer. A suo avviso ad essere incomprensibili non sono soltanto le esternazioni antisemite del vescovo Williamson; problematica è anche l'atteggiamento dell'intera Fraternità San Pio X lefebvriana. Stessi toni a Zurigo. "Questa è veramente la goccia che fa traboccare il vaso", afferma Aschi Rutz, portavoce della Chiesa cattolica cantonale. Alcune parrocchie hanno già confermato che le dimissioni di fedeli sono aumentate e la stessa Chiesa cantonale è interpellata in questi giorni da diverse persone che vogliono sapere come procedere in questo senso. "Di solito abbiamo una richiesta per settimana, attualmente sono tre o quattro al giorno", precisa Rutz, e aggiunge di capire chi vuole voltare le spalle al Vat
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