
Il famoso Mr Covid è stato una delle figure più note e più discusse della prima ondata della pandemia di coronavirus in Svizzera. Nel giorno in cui entrano in vigore le nuove misure decise dal Consiglio federale, l’ex direttore della divisione malattie trasmissibili dell’UFSP ed ex-delegato Covid-19 ha gentilmente concesso un’intervista a Teleticino, che ha affrontato con lui diversi temi: dalla sua mancata indicazione a indossare le mascherine ad inizio pandemia, al dibattito sulla chiusura delle scuole, fino alle misure attuali e alla speranza di un vaccino. Che però, spiega, “non è una bacchetta magica”.
Daniel Koch, le misure prese potranno rallentare epidemia?
“Non sono le misure a fare la differenza ma il comportamento delle persone e i contatti sociali che hanno fanno la differenza. Io penso che la popolazione svizzera abbia già dimostrato che può essere molto disciplinata e sono anche convinto che se tutti il prossimo mese faranno uno sforzo riusciremo a gestire la situazione”.
Va detto che altri paesi europei, in una situazione simile alla nostra, hanno preso misure drastiche, fino al lockdown. Non stiamo sottovalutando la situazione?
“No, la situazione in Svizzera non è buona ma non bisogna fare l’errore di pensare che più le misure sono forti più la situazione migliorerà. Piuttosto, più la popolazione rispetta le regole meglio andrà. Per esempio: la Spagna ha vissuto per mesi con misure molto più rigide delle nostre ma da loro la situazione è catastrofica. La situazione da noi è molto difficile ma non è troppo tardi. Sono convinto del fatto che con uno sforzo questa può essere gestita”.
Ma il Consiglio federale, secondo lei, ha in mano la situazione?
“Il Consiglio federale è quello che decide e che da una direzione. Ma non è il Consiglio federale che può proteggere la popolazione, sono le persone che si devono proteggere. Il Consiglio federale non può obbligare qualcuno a farsi testare, la responsabilità è della persona che non si sente bene che deve andare a farsi testare. Durante l’estate c’è stato un allentamento e noi non abbiamo fatto abbastanza test e non abbiamo comunicato a sufficienza. Adesso lo sforzo deve essere ancora maggiore, ma non è troppo tardi: la popolazione svizzera lo ha dimostrato in primavera e io sono convinto che seguirà le regole anche questa volta e questo farà tornare la situazione sotto controllo”.
Daniel Koch, perché lei durante la prima ondata ha dichiarato che non era necessario indossare le mascherine?
“Durante la prima ondata avevamo molto poche prove che le mascherine, portate all’esterno come all’interno, potessero ridurre la diffusione del virus. Adesso ci sono altre evidenze scientifiche, ma non dobbiamo fare affidamento solo sulle mascherine. Abbiamo superato la prima ondata senza che tutti le portassero, quindi non sono la bacchetta magica. Sono un mezzo in più, ma l’igiene delle mani e la distanza sociale sono altrettanto importanti. A fare la differenza è l’adozione di tutte le misure, non è dunque una cosa sola che ci salverà dalla pandemia”.
Abbiamo sentito che gli studenti delle scuole medie devono portare una mascherina all’esterno se hanno più di 12 anni. Poi la possono togliere in sede. Non è un controsenso un po’ ridicolo?
“Ci sono molte cose che devono essere migliorate e ci sono ovviamente ancora molte lacune. Per le scuole questa situazione è molto difficile: per i giovani i contatti sociali sono differenti rispetto a quelli degli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di comportarsi come persone di 65 anni. Bisogna parlare con loro e cercare soluzioni comuni, ma soprattutto bisogna spiegare loro che se si porta una mascherina a scuola e poi all’esterno ci si lascia andare non serve a niente. È vero che i giovani si infettano meno, ma possono portare il virus a casa e trasmetterlo per esempio ai nonni e questo può essere molto pericoloso”.
Vorrei fare un salto indietro nel tempo e tornare alla prima ondata: cosa è successo quel 12 marzo quando lei è venuto in Ticino? È vero che ha cercato di convincere il Consiglio di Stato a non chiudere le scuole malgrado il parere diverso degli esperti ticinesi?
“C’era una grande discussione tra gli esperti. Ne avevamo già parlato prima che io arrivassi in Ticino e avevamo preso la decisione di non chiudere le scuole svizzere. Purtroppo, nonostante fossimo tutti d’accordo, il giorno dopo la Francia ha chiuso le sue di scuole, quindi siamo stati obbligati anche noi a chiuderle almeno in Svizzera francese, perché nessuno avrebbe capito la decisione di tenerle aperte. Questo ovviamente è stato spiacevole per il Ticino: abbiamo discusso a lungo e abbiamo preso la decisione di andare avanti per la nostra strada. Ma durante una pandemia è così: bisogna essere flessibili”.
Parliamo del vaccino: lei ha delle informazioni in più? Arriverà, quando arriverà? E quando arriverà avremo finalmente risolto il problema?
“Tutti pensano che il vaccino ci salverà. Il vaccino sarà un mezzo, molto importante, in più per combattere il virus. Un mezzo da utilizzare insieme a tutte le altre misure, che ho già citato prima. Arriverà sicuramente, tuttavia bisognerà attendere almeno fino all’estate prossima o almeno alla primavera. Ripeto, non dobbiamo pensare che sarà la salvezza anche perché non tutti si faranno vaccinare. Ma, quando arriverà, sarà un mezzo in più e ci faciliterà la vita nella lotta al virus”.
Come si comporta lei, personalmente, per rispettare le regole? Si è chiuso in casa o continua a frequentare, per esempio, bar e ristoranti?
“Rispetto le regole ma non resto a casa: restare a casa non è la regola. Le regole riguardano le distanze, le mascherine e il lavarsi le mani, che è parecchio importante. Io ho molte cose da fare, tra conferenze e altro. Chiaramente le prossime saranno in videoconferenza. Per me forse è un po’ più facile rispettare le regole perché non sono più così giovane e vivo da solo. Sono cosciente che per le persone più giovani è più difficile rispettare queste regole, ma anch’io vado ancora al ristorante e rispetto tutte le norme in vigore”.
Guarda l’intervista completa di Teleticino:
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