
Un comitato composto da sindacati e partiti ha lanciato il referendum contro la decisione delle Camere federali di far prevalere i contratti collettivi di lavoro (CCL) sui salari minimi cantonali o comunali e sanciti dalla legge. Secondo gli oppositori - che hanno dato il via alla raccolta delle firme - la «politica dei bassi salari» della maggioranza parlamentare aumenterà la pressione sulle retribuzioni di tutti i lavoratori in Svizzera.
«Un attacco ai più deboli»
«La legge è un attacco a tutti i lavoratori con salari bassi», ha dichiarato oggi in una conferenza stampa a Berna Vania Alleva, vicepresidente dell'Unione sindacale svizzera (USS) e presidente di Unia. «I salari minimi vanno intesi come una misura contro la povertà», ha sottolineato Alleva. Essi impediscono che i contribuenti sovvenzionino indirettamente, attraverso l'assistenza sociale, i datori di lavoro che pagano salari troppo bassi. Secondo i promotori del referendum, a essere interessati sarebbero proprio i settori con salari bassi, come quello alberghiero e della ristorazione, delle pulizie o dei parrucchieri. «Con la nuova legge non ci sarebbe un solo franco di compensazione del rincaro», ha avvertito Alleva. Inoltre, nei Cantoni e nelle città che hanno già approvato un salario minimo ma non lo hanno ancora introdotto, decine di migliaia di persone non ne beneficerebbero mai.
Aziende sotto pressione
La modifica di legge, secondo il comitato, indebolisce anche la protezione generale dei salari in Svizzera: se i salari minimi venissero indeboliti, aumenterebbe la pressione su tutti i salari. Le aziende con stipendi equi si troverebbero sotto pressione a causa delle imprese che praticano il dumping. Nel contesto dei nuovi accordi in discussione con l'Unione europea (UE), sono necessarie «più protezione salariale e misure interne, come appunto i salari minimi», ha dichiarato Alleva. Il comitato critica la decisione del Parlamento, definendola un attacco alle decisioni democratiche e al federalismo, poiché la modifica legislativa ignora i voti espressi dal popolo nei Cantoni e nelle città. I sindacati coinvolti, tra cui figurano anche Travail.Suisse e il Sindacato dei servizi pubblici (SSP/VPOD), possono contare sul sostegno del PS e dei Verdi.
«Un colpo di Stato»
«Nel nostro Paese è doveroso rispettare le regole del gioco», ha dichiarato il co-presidente del PS Cédric Wermuth, definendo la riforma «un vero e proprio colpo di Stato dei padroni e degli sfruttatori dei bassi salari contro la democrazia diretta». Secondo Wermuth, si viola la Costituzione se contratti collettivi di diritto privato prevalgono su leggi approvate democraticamente. La politica sociale rientra nelle competenze di Cantoni e Comuni: questi ultimi ne pagano i costi tramite l'assistenza sociale, ma in futuro verrebbero privati di strumenti efficaci per prevenire la povertà lavorativa. Il comitato definisce inoltre la decisione un attacco agli stipendi delle donne, poiché quasi due terzi delle persone interessate sono donne.
Il Governo respinge il progetto
Anche il Consiglio federale respinge il progetto, che aveva elaborato su richiesta del Parlamento. Esso è in contrasto con la competenza dei Cantoni, sancita dalla Costituzione, di fissare i salari minimi. Come ricordato dal ministro dell'economia Guy Parmelin, durante la procedura di consultazione il progetto era stato respinto da ben 25 Cantoni su 26. Attualmente, i CCL possono essere dichiarati di obbligatorietà generale a condizione che non contraddicano le leggi federali e cantonali. La maggioranza del Parlamento ha tuttavia rilevato che le iniziative cantonali e comunali mettono sempre più sotto pressione il partenariato sociale; per questo motivo ritiene necessario stabilire dei paletti legislativi chiari.

