Cerca e trova immobili
Svizzera
“La Svizzera in queste inchieste c’è sempre”
Immagine Shutterstock
Immagine Shutterstock
Marco Jäggli
5 anni fa
Scilla Alecci, membro del consorzio giornalistico che ha coordinato l’inchiesta dei Pandora Papers, ci parla di cosa vuol dire seguire un’indagine di questo tipo, che effetti potrebbe avere e quale ruolo ha il nostro paese in questo schema

Dopo i Panama Papers del 2016 ecco i Pandora Papers, una nuova inchiesta internazionale che ha rivelato decine di migliaia di conti offshore legati a leader e personaggi noti a livello mondiale, fornendo un nuovo spaccato sul fenomeno dell'evasione fiscale e coinvolgendo ancora una volta in maniera massiccia il nostro Paese, assieme ad altri paradisi fiscali. Un lavoro mastodontico che ha comportato lo scrutinio di 12 milioni di documenti inerenti 29’000 conti offshore da parte di 600 giornalisti di 150 testate, coordinati dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, che hanno svolto questa ricerca per due anni. Consorzio di cui fa parte anche Scilla Alecci, pluripremiata giornalista che Ticinonews ha raggiunto per un’intervista.

Da Panama a Pandora
I Panama Papers si basavano sulle rivelazioni di uno studio legale, mentre i Pandora Papers si basano sulle rivelazioni di 14 diverse entità di servizi finanziari in tutto il mondo. Si tratta dunque di un’inchiesta più ampia rispetto alla precedente: “Sì, in questo caso i documenti sono quasi 14 milioni e provengono da Cipro, Seychelles, Dubai e altri paradisi fiscali. Questo ci permette di esplorare e capire come funziona il mondo della finanza off-shore più nel dettaglio. Infatti possiamo vedere non solo l’operato di questi ‘offshore provider’, ma anche gli elementi di tutte le altre istituzioni che aiutano clienti internazionali a creare queste società. Il tutto a partire da intermediari, banche e i contabili fino ad arrivare a questi provider”.

“La Svizzera c’è sempre in queste inchieste”
Tra i paesi coinvolti anche la Svizzera. Con che ruolo e in che misura il nostro paese fa parte di questo sistema? “La Svizzera c’è sempre in queste inchieste di natura finanziaria, è uno dei più grandi hub del mondo. In questo caso abbiamo visto che ci sono almeno 90 studi legali e di consulenza fiduciaria menzionati in questi papers. In alcuni casi si entra più nel dettaglio: ovviamente quando si parla di fuga di dati bisogna far capire che in alcuni casi non ci sono dettagli su tutto, ma in questo caso per esempio ci sono molti documenti che hanno a che fare con fiduciarie svizzere e anche del Ticino”.

La politica si sta attivando?
Prima i Panama, ora i Pandora Papers... è davvero così difficile per la politica fare qualcosa per arginare il fenomeno? “Dopo i Panama Papers alcuni paesi hanno iniziato a rivedere le proprie leggi e regole sull’antiriciclaggio. Uno di questi paesi è stata proprio la Svizzera, che ancora a marzo ha applicato una nuova legge antiriciclaggio. Il problema che emerge da questa inchiesta è che forse non è stato fatto abbastanza in termini di trasparenza e regolamentazione di tutte quelle istituzioni che non rientrano nel ruolo tradizionale dell’antiriciclaggio. Finora si è parlato molto delle banche, su cui è aumentata la pressione a seguito di queste inchieste, mentre per esempio avvocati e altri tipi di consulenti sono riusciti a sfuggire a queste nuove regole”. Se ne parla anche negli Stati Uniti, aggiunge Alecci, dove “in questi giorni alcuni membri del Congresso stanno pensando di proporre una legge per aumentare i controlli su tutti questi intermediari che hanno un ruolo fondamentale nella formazione di queste società offshore”.

Da piccoli a grandi paradisi fiscali
C’è frustrazione da parte vostra nel vedere che quanto denunciato sembra non portare delle conseguenze? “Il nostro ruolo è quello di portare i fatti e informare pubblico e politici su come stanno andando le cose. Poi ovviamente non sta a noi il passo successivo. È normale che a noi interessi capire l’evoluzione di questo settore, in quest’inchiesta appunto vediamo come lo scandalo dei Panama Papers sia diventato un’opportunità economica per altri provider e altri paesi. Se Bahamas e altri piccoli paradisi fiscali hanno aumentato le leggi sul proprio settore offshore, paesi più potenti come gli Stati Uniti (e in particolare singoli stati come il South Dakota) hanno invece ereditato questo business e stanno diventando dei paradisi fiscali a loro volta”.

Le difficoltà della ricerca
12 milioni di files e 29’000 conti offshore, 600 giornalisti e 150 testate coinvolte in 2 anni di lavoro. Cosa vuol dire far parte di un’inchiesta di questo calibro? “È la più grande partnership giornalistica della storia, finora. Sicuramente è il frutto di tanti anni di inchieste simili da noi coordinate: noi abbiamo sviluppato una metodologia nella ricerca e condivisione di documenti confidenziali con giornalisti di altri paesi, inclusi paesi dove fare il giornalista è un rischio. Io mi occupo di coordinare i partner nell’Europa dell’Ovest e in Asia. Ogni giorno abbiamo fatto ricerche insieme a questi giornalisti e loro hanno portato a scoprire un sistema globale. Non si può rimanere nella propria bolla ma bisogna chiedere a chi ha più esperienza o ha fonti sul posto e che può aiutare a corroborare dei fatti presentati in questi dati. Perché parliamo di questi 12 milioni di documenti ma non è abbastanza per arrivare a capire molti dei fatti presentati”.

Gestire il rischio della fuga di notizie

Come avete fatto a non avere fughe di notizie? “Innanzitutto c’è uno screening a priori prima della collaborazione. I giornalisti che entrano a far parte del progetto sono spesso persone con cui collaboriamo da anni e di cui ci fidiamo. Sono inoltre persone che capiscono che l’inchiesta avrà un certo impatto solo se si lavora assiduamente e segretamente per mesi. Dunque è nell’interesse di tutti cercare di non avere fughe di notizie e anche cercare di raggiungere le persone per avere commenti quando si hanno le prove che i fatti esposti corrispondono a verità”.

Cosa succede adesso?
Dopo un’inchiesta così ampia quanto ci vuole per riposare e ripartire con le giuste motivazioni? “Non so quando potremo riposarci: ci sono tantissime storie che dobbiamo raccontare e ci interessa anche capire dove vanno a finire le storie pubblicate in questi giorni. Ci interessa anche vedere se le autorità che hanno annunciato azioni poi faranno quanto hanno promesso. Penso che inizieremo a mandare richieste di accesso agli atti e a informazioni alle autorità dei diversi paesi coinvolti per chiedere se hanno recuperato parte dei soldi nascosti in questi paradisi fiscali e in generale che cosa hanno realmente fatto. Questa sarà la parte più importante”. State già lavorando a qualche altra inchiesta? “Sicuramente, i giornalisti che lavorano con noi lavorano a tante altre inchieste allo stesso tempo. Personalmente io sono focalizzata su questo e cercherò altre storie: a me interessa ad esempio esplorare storie che hanno a che fare con l’ambiente e l’impatto ambientale ma anche con la finanza. È quello che cercherò di fare nei prossimi mesi”.

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata