
“Fate le valigie e preparatevi, oggi dovete tornare a Pristina”. A dare la notizia a una cittadina kosovara, a poche ore dalla sua espulsione, è stato un impiegato dei servizi sociali cantonali argoviesi. Mosso a compassione, voleva essere presente al momento dell’attuazione del rimpatrio da parte della Polizia.
Ma qualcosa, quel mattino d’estate del 2015, è andato storto. La donna, infatti, non aveva alcuna intenzione di tornare in patria e dopo essersi vestita era svanita in direzione dell’Aar, in compagnia della figlioletta.
Nei confronti dell’operatore sociale era stato immediatamente aperto un procedimento. L’uomo, stando a quanto riferito dall’Aargauer Zeitung, non intendeva favorirne una fuga ma voleva essere presente in un momento così delicato, considerando che dai documenti sulla giovane era emerso un caso di stupro subito proprio in Kosovo. Stando agli incarti, la ragazza aveva il terrore di dover tornare in patria in quando il suo stupratore l’aveva minacciata di morte la sua famiglia l’aveva ripudiata in seguito alla nascita della bambina, frutto di quella violenza.
La ragazza aveva depositato numerose domande d’asilo, tutte respinte. Fino a quella mattina d'estate del 2015. Durante il processo l’uomo ha ammesso di aver vissuto un forte conflitto d’interesse: “Fino a quel mattino il mio rapporto con lei era strettamente professionale, ma sapevo che se fosse tornata in Kosovo avrebbe rischiato la vita”.
Per questo, prima della sua fuga, l’avrebbe aiutata con dei corsi di tedesco, con delle visite mediche e anche finanziariamente. Ma dopo la fuga dal centro per richiedenti d’asilo di Brugg tutto è cambiato: i due si sono incontrati più volte in città, si sono innamorati e a febbraio sono convolati a nozze.
Durante il processo il giudice ha riconosciuto un comportamento professionale da parte del giovane antecedente alla fuga della giovane. Ma avvertendola e successivamente ospitandola, ha rimarcato la corte, l'impiegato cantonale ha violato il segreto d’ufficio e intralciato le autorità.
La magistratura, la difesa e la corte hanno però concordato che non vi fosse alcun intento criminale e hanno condannato l’uomo a una pena pecuniaria di 270 franchi sospesa e a una multa di 3'500 franchi.
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