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Svizzera
“La frontiera non aiuta a contenere il virus”
Marco Jäggli
5 anni fa
Visita a Como, diventata zona “arancione rinforzato”, per discutere delle chiusure e dei rischi per il Ticino legati alla vicinanza. Fabio Banfi, direttore dell’Asst Lariana: “Ci vuole una soglia di attenzione più elevata”

Dopo le prime riaperture i contagi sono tornati a rialzarsi in tutta Italia. Per contrastare questo andamento la Lombardia è tornata in zona arancione e ha designato diverse aree, inclusa la Provincia di Como, come “Arancione Rinforzato”. Quali rischi si presentano per il nostro Cantone, considerando che più volte l’Italia sembra aver anticipato le tendenze ticinesi? Teleticino si è recata sul posto per intervistare personalità politiche e sanitarie e cogliere il loro punto di vista, anche sulla difficoltà di richiudere così presto dopo aver riaperto: “Il territorio è in grave difficoltà, i numeri dell’andamento pandemico non ci danno buone prospettive”, spiega il Sindaco di Como Mario Landriscina, “Gli ultimi giorni e le ultime settimane sono state particolarmente impegnative per la gestione degli afflussi e il nostro territorio è unito a diverse zone della Lombardia ma anche al Canton Ticino. I rapporti di buon vicinato ci consentono di dire che la frontiera non è utile per fermare la trasmissione ed è permeabile”.

“Siamo il comune vicino, se bisogna prendere una decisione drastica meglio farlo subito”
La cittadina nel fine settimana aveva fatto registrare il tutto esaurito: scene evitabili, anche se comprensibili. Ma come vede la nostra realtà il Sindaco di Como: “Io non so quali siano i vostri indicatori ma secondo me è saggio prestare attenzione a quello che succede non solo Oltreconfine ma anche in quello che è il comune vicino. I famosi 15 giorni dagli ‘eventi sentinella’, ovvero quelli che stiamo attraversando noi, sono cruciali”, dichiara Landriani, che aggiunge: “Mi sono convinto di poche cose in quest’ultimo anno, una di queste è che se bisogna prendere una decisione drastica è meglio farlo subito”.

La questione frontalieri
I frontalieri sono un vettore? “Non farei un problema di diffusibilità legato a questo tipo di trasferimento, ma più a dinamiche “d’importazione”, relative al fatto che molti ticinesi vengono qua, e se guardo alla folla che si è creata nelle ultime settimane questi devono essere molto vigili per capire se in loro sta succedendo qualche cosa. Quindi esorcizzerei quel problema per concentrarmi sul fatto che dobbiamo avere una gestione il più possibile unica”.

L’effetto di richiudere
Intanto, anche Oltreconfine si sta palesando una certa stanchezza: “I provvedimenti stanno provocando numerose reazioni: la gente dopo un anno è difficilmente gestibile nei propri comportamenti”, racconta il Sindaco, “Nessuno ha la ricetta, si tratta di camminare prudentemente, senza dare la mazzata finale a certe attività ma continuando a ragionare freddamente. Non oso pensare quale sia l’alternativa: il Paese ha sofferto settimane di lockdown totale con ricadute su tutte le attività, non voglio pensare che si torni a una situazione del genere”.

Per comprendere meglio la situazione Teleticino ha intervistato anche il Direttore dell’Azienda Sociosanitaria Lariana Fabio Banfi. Da quanto racconta la situazione negli ospedali sembra un film tristemente già visto: “C’è una pressione critica, molto consistente sul circuito di emergenza, in particolare sul pronto soccorso. Quindi noi nel corso di questi ultimi giorni abbiamo avuto notevoli accessi di pazienti Covid, che abbiamo anche dovuto assistere sotto il profilo ventilatorio direttamente in pronto soccorso, prima del ricovero in ambito ospedaliero”. Tuttavia, specifica: “Per noi sostanzialmente non è cambiato molto, in termini significativi. È vero che i pazienti hanno un’età tendenzialmente inferiore”.

L’effetto delle varianti
Nell’ottica di una possibile terza ondata, non è possibile trascurare l’impatto delle varianti, da molti indicate come le probabili responsabili: “Saranno necessari degli studi per capire il loro ruolo, ma il vero problema delle varianti”, spiega Banfi, “è l’impatto sul ciclo vaccinale. È dato per scontato che alcune di queste varianti in qualche misura abbiano un impatto anche su chi è stato vaccinato, anche se la stragrande maggioranza è controllata dalla vaccinazione. Se quindi devo parlare non da virologo, ma da chi ha qualche competenza anche di sanità pubblica e epidemiologia, che ci siano varianti in un fenomeno pandemico è un fatto fisiologico, soprattutto quando si parla di milioni di individui contagiati. Bisogna però capire se possono introdurre un ciclo diverso nel decorso della malattia oppure se possiamo conviverci”.

Stanchezza anche negli ospedali
Un termine ricorrente è stanchezza, che si vive anche all’interno degli ospedali dopo più di 12 mesi: “I nostri operatori sono anche stanchi, in letteratura si chiama ‘fatica pandemica’, e quello che si registra negli ospedali si sente anche nel tessuto sociale. Io però credo che da un lato dobbiamo avere fiducia nel processo vaccinale e che alla conclusione del ciclo la popolazione sia assolutamente più coperta. Inoltre dobbiamo ripristinare gradualmente quelle che sono le nostre abitudini”.

Quali effetti sulla Svizzera?
Mentre da noi la situazione prosegue normalmente, aumentano i casi nel Bel Paese, che più volte in passato non ha fatto altro che precederci, anticipando di qualche giorno il nostro destino. Per questo per il dottor Banfi la guardia deve rimanere alta: “L’attenzione al fenomeno dev’essere posta. Il processo osmotico tra Italia e Svizzera dal punto di vista sociale e lavorativo, specialmente con il frontalierato, senza nessuna demonizzazione dei rischi, induce sicuramente una soglia di attenzione più elevata perché i territori sono contigui.

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