Cerca e trova immobili
Il caso
La croce svizzera anche su prodotti fabbricati all'estero fa storcere il naso
©Shutterstock
©Shutterstock
Ats
un'ora fa
L'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) contesta la nuova prassi, in gran parte legata a una lunga vertenza con le autorità del produttore di scarpe On - Regazzi: «Un segnale sbagliato: incoraggi le imprese a delocalizzare»

L'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) contesta la nuova prassi che consente di apporre la croce svizzera anche su prodotti fabbricati all'estero. Due sondaggi arrivano alla conclusione che sia le piccole e medie imprese (PMI) che i votanti sono contrari.

Sia gli operatori commerciali sia gli aventi diritto di voto temono che la nuova normativa possa portare a un indebolimento del marchio «Svizzera» e a una perdita di fiducia da parte dei consumatori, ha indicato oggi l'organizzazione che rappresenta le PMI in una conferenza stampa a Berna.

L’USAM annuncia «un primo caso significativo di delocalizzazione» fuori dalla Svizzera. Il produttore sangallese di calzature Kybun sta trasferendo parte della sua produzione in Italia. Sono interessati circa quaranta posti di lavoro.

«È un segnale sbagliato incoraggiare indirettamente le imprese a delocalizzare posti di lavoro e alla creazione di valore aggiunto all'estero. Ci aspettiamo che il Consiglio federale alleggerisca il carico sulla Svizzera come sede produttiva», afferma citato in una nota il consigliere agli Stati e presidente dell'USAM Fabio Regazzi (Centro/TI).

Ripristinare l'esclusività per i prodotti nazionali

Un primo sondaggio online, considerato non rappresentativo, realizzato dall'USAM era rivolto alle associazioni cantonali e ha raccolto 289 risposte. Fra inizio luglio e inizio agosto l'istituto Demoscope ha condotto a sua volta un'indagine rappresentativa su un campione di 1'154 aventi diritto di voto.

I risultati di entrambi i sondaggi mostrano un quadro omogeneo, scrive l'USAM. Quasi il 90% degli artigiani e degli aventi diritto di voto intervistati ritiene infatti che la croce svizzera debba rimanere un diritto esclusivo riservato ai produttori nazionali.

Nel sondaggio Demoscope, il 60% degli intervistati dichiara che la propria fiducia nel significato della croce svizzera sta diminuendo a causa della nuova prassi. La metà degli imprenditori valuta poi la nuova normativa come «molto svantaggiosa» per le PMI che non producono all'estero.

Quasi 9 intervistati su 10, sia nel sondaggio tra le imprese che in quello tra la popolazione, è dell'idea che l'economia sarebbe meglio sostenuta se la croce rimanesse riservata a chi produce interamente in Svizzera. Una grande maggioranza teme inoltre che il trasferimento della produzione all'estero indebolirà la capacità innovativa della Svizzera come sede produttiva.

L'USAM chiede pertanto che venga ripristinata al più presto l'esclusività della croce svizzera per i produttori nazionali, al fine di non indebolire in modo duraturo il polo produttivo e di innovazione.

Una prassi su misura delle scarpe On

L'Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI) ha introdotto la nuova prassi nel marzo di quest'anno. Da allora, la croce svizzera può essere utilizzata anche per indicazioni quali «Swiss Design» o «Swiss Engineering», anche se la produzione avviene interamente all'estero. L’IPI ha motivato questa decisione sostenendo che l'economia svizzera risente della forza del franco e degli elevati dazi statunitensi.

La nuova prassi è in gran parte legata a una lunga vertenza con le autorità svizzere del produttore di scarpe On, che lo scorso marzo aveva annunciato di avere avuto la meglio in merito all'utilizzo della croce elvetica.

Un successo dovuto proprio alla nuova prassi introdotta dell'IPI. Fondata 16 anni fa, On ha la sua sede a Zurigo, dove lavorano oltre 1100 dipendenti nel campo della ricerca, dello sviluppo e del design. Per questo motivo le sue scarpe possono fregiarsi del marchio svizzero anche se vengono prodotte all'estero.