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Svizzera
Kerzers: parla la figlia dell'autore dell'incendio costato la vita a sei persone
© KEYSTONE/Alessandro della Valle
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Redazione
7 ore fa
La donna ha fatto luce sulla figura del genitore, che la sera del 10 marzo ha dato fuoco a un autopostale: «Avevo avvertito la polizia più volte».

«A questo punto, rimangono sconosciute le ragioni profonde che lo hanno spinto a commettere questo atto, dalle conseguenze fatali per diverse persone, ponendo fine alla propria vita. Si privilegia tuttavia l’ipotesi di un suicidio allargato». Così, a metà marzo, scriveva la polizia cantonale friburghese riguardo al 65.enne svizzero che la sera del 10 marzo ha dato fuoco a un autopostale a Kerzers causando la propria morte e quella di altre cinque persone. L'uomo era noto all'Autorità per la protezione dei minori e degli adulti del canton Berna, dove era sottoposto a una curatela amministrativa.  Era inoltre noto alle forze dell'ordine per violazioni della legge federale sugli stupefacenti, ma nulla, sostenevano le autorità, indicava che costituisse un pericolo per sé stesso o per gli altri.

«Per gli altri è un mostro, per me resta mio padre»

Insomma, attorno all'autore dell'incendio permane un alone di mistero. Alone di mistero che ha cercato di dissipare, almeno parzialmente, la figlia del 65.enne attraverso un'intervista concessa al Blick. «Avevo avvisato la polizia riguardo a mio padre», esordisce la donna che poi tiene a precisare: «Anche se per gli altri è un mostro, per me resta sempre mio padre, il mio eroe. Lavorava senza sosta per far fronte ai bisogni della nostra famiglia. Certo, quello che ha fatto è imperdonabile e sono profondamente dispiaciuta per tutte le persone coinvolte e per le loro famiglie».

I problemi fisici

La figlia racconta che il padre era affetto da poliartrite cronica. «Nel corso degli anni, la salute di mio padre è peggiorata; soffriva molto. Più o meno in quel periodo ha anche perso il lavoro».

L'uomo chiede allora di poter beneficiare delle prestazioni d'invalidità. «Ha dovuto lottare per i suoi diritti per circa quattro anni», spiega la figlia. «Dopo anni di difficoltà, si sentiva completamente abbandonato». All'età di 58 anni, il 12 agosto 2019, l'uomo decide quindi di barricarsi all'interno della sede della SRF a Berna. «In quel periodo si svolgevano tutte le valutazioni per l'assicurazione invalidità e non vedeva altro modo per attirare l'attenzione su di sé».

Con il sorgere dei problemi fisici, l'autore dell'incendio di Kerzers matura la decisione di andare a vivere in un camper. «Non voleva che le persone lo vedessero soffrire, per questa ragione si è ritirato nel suo camper», spiega la figlia. In questo periodo affronta anche un divorzio.

«All'apparenza nessun segnale allarmante»

Raggiunta l'età della pensione a metà febbraio 2026, l'uomo si trova ad affrontare un nuovo problema: gli viene notificato l'avviso di sfratto dalla piazzola su cui si trova il suo camper. «La cosa lo ha devastato», racconta la figlia.

Una settimana prima del tragico incendio, l'uomo si era volontariamente ricoverato presso la Fondazione Tannenhof a Gampelen, vicino Berna, con l'aiuto del suo tutore legale. «Non riusciva ad accettare di non poter più vivere nel suo camper come desiderava», spiega la figlia.

Il fine settimana precedente la tragedia, il 65.enne accusa nuovamente forti dolori e viene perciò ricoverato all'ospedale di Aarberg, nel cantone di Berna.

Il giorno prima del dramma, la figlia parla con il padre. «Avevo l'impressione che stesse bene, tenuto conto delle circostanze. Non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo l'indomani».

Martedì mattina l'uomo fa quindi perdere le proprie tracce dall'ospedale. «Quando mi hanno avvisata della sua sparizione, ho immediatamente tentato di chiamarlo, ma aveva il telefono spento. È in quel momento che ho capito che stava succedendo qualcosa di grave».

«Mi sono sentita trattata come una complice»

La mattina seguente la tragedia, la polizia si presenta alla porta della figlia. «Gli agenti mi hanno detto che mio padre era il colpevole e che era tra i morti. A quel punto il mio mondo è crollato». La polizia le preleva un campione di DNA e la convoca in centrale. «Sono stata interrogata dalla Polizia cantonale friburghese per circa tre ore. Mi sentivo come se mi ritenessero in parte responsabile. Eppure, li avevo avvertiti più volte! Anche noi siamo vittime! Eppure, io e la mia famiglia non abbiamo potuto beneficiare di una squadra di sostegno psicologico. Abbiamo dovuto capire da soli come affrontare questa tragedia».