
Da circa un anno Abu A., detto "lo svizzero", attende di essere portato davanti al boia in una cella del braccio della morte di un carcere di massima sicurezza di Baghdad, in Iraq. L'uomo, un cittadino turco di 24 anni cresciuto ad Arbon, nel Canton Turgovia, prima della sua partenza verso il Medio Oriente per unirsi alle fila dell'ISIS beneficiava di un permesso di domicilio rilasciato dalle autorità elvetiche. Nei suoi confronti la fedpol ha emenato un divieto d'entrata in Svizzera.
Per lui, spiegano il Tages Anzeiger e la SRF, non vi è possibilità di presentare ricorso contro la sentenza. La legge antiterrorismo del 2005 non lo prevede e Abu A., conosciuto anche con il nome di battaglia di "Obaida il turco", verrà giustiziato mediante impiccagione. Tuttavia, una data certa ancora non c'è in quanto il Governo iracheno deve gestire centinaia di casi simili. Ovvero di ex combattenti del sedicente Stato islamico condannati alla pena capitale. Negli ultimi due anni, giusto per fare un esempio, sono stati giustiziati circa 3'000 miliziani dell'ISIS.
Abu A. era stato arrestato nel 2017 con l'accusa di aver fabbricato bombe per le milizie del Califfato. Stando alle autorità di Bagdhad si sarebbe radicalizzato proprio nella Confederazione, in una moschea di Rorschach (SG). Come detto, nel 2014 aveva lasciato la Arbon, dove aveva svolto un apprendistato in elettronica, per recarsi in Iraq. Lì aveva sposato una donna da cui aveva avuto una bambina. Dopo un addestramento militare in Siria aveva imparato i rudimenti dell'artificieria a Tal Afar, una cittadina a 63 chilometri a ovest di Mosul.
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