
Vietare l'esportazione di materiale di guerra minaccia oltre 10'000 posti di lavoro in Svizzera. In un periodo di crisi sarebbe assolutamente "insensato" accogliere l'iniziativa popolare del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), in votazione il 29 novembre prossimo, ha affermato oggi un comitato che riunisce PLR, UDC, PPD e PBD. Per il comitato, che ha presentato stamane i propri argomenti in una conferenza stampa a Berna, l'iniziativa "per il divieto di esportare materiale bellico" rappresenta pure un ostacolo per l'innovazione, il mantenimento di competenze industriali nel Paese e l'indipendenza dell'esercito nei confronti dell'estero. Partito liberale radicale (PLR), Unione democratica di centro (UDC), Partito popolare democratico (PPD) e Partito borghese democratico (PBD) sostengono inoltre che la Svizzera dispone di controlli severissimi in materia di esportazione di armi. A nome del "Comitato contro l'iniziativa per il divieto di esportazioni di materiale bellico", il consigliere agli Stati Jean-René Fournier (PPD/VS) ha spiegato che l'accento della campagna sarà posto sulle conseguenze del voto per l'impiego: "Che cosa preoccupa maggiormente il popolo oggi? Non siamo ipocriti: scegliamo le armi con cui vogliamo combattere". I manifesti presentati ai media fanno effettivamente riferimento esclusivamente alla perdita di posti di lavoro in tutto il Paese. Contro "l'iniziativa assassina di posti di lavoro" militano anche le grosse organizzazioni economiche, ossia la Federazione delle imprese svizzere (economiesuisse), Swissmem (organizzazione padronale che rappresenta l'industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica) e l'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), ha aggiunto il consigliere agli Stati Hans Altherr (PLR/AR). Dal canto suo la consigliera nazionale Ursula Haller (PBD/BE) ha espresso tutta la sua incomprensione per la posizione di Partito socialista (PS) e sindacati, che sostengono l'iniziativa anti-esportazioni, e che recentemente non hanno cessato di denunciare le perdite di posti di lavoro. "Ai miei occhi vi è contraddizione se le stesse cerchie non contribuiscono a bocciare l'iniziativa", ha affermato. L'iniziativa popolare prevede che per dieci anni lo Stato sostenga le regioni colpite dalla soppressione di impieghi. Per Altherr sarebbe "un'assurda dilapidazione di soldi del contribuente" se in un primo tempo si distruggono posti di lavoro e poi si ricorre all'aiuto pubblico per crearne artificialmente di nuovi. I partiti borghesi parlano di oltre 10'000 posti soppressi, il doppio di quanto menzionato martedì dalla direttrice del Dipartimento federale dell'economia (DFE) Doris Leuthard nella sua conferenza stampa contro l'iniziativa. Pur riconoscendo che si tratta di stime senza una solida base scientifica, il comitato afferma di tener meglio conto degli impieghi toccati indirettamente dall'iniziativa: il divieto d'esportazione di materiale bellico non toccherà solo l'industria dell'armamento e i suoi fornitori. Importanti competenze tecnologiche e la capacità d'innovazione andrebbero perse anche per l'industria civile, ad esempio nel settore dei radar, ha affermato Atherr. ATS
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