
Il blitz di mercoledì mattina alla moschea An’Nur di Winterthur, a poco più di un mese da un’operazione analoga condotta a Basilea ha riportato alla luce il problema dei luoghi di culto legati all’islam radicale.
Nel mirino delle forze dell’ordine zurighesi era finito il nuovo imam etiope, l’ultimo di una lunga lista di predicatori dalle posizioni estremiste balzati agli onori della cronaca rossocrociata. Anche diverse forze politiche si sono interessate alla situazione di questi imam attivi in Svizzera, come ad esempio il Consigliere nazionale ticinese Marco Romano, che lo scorso giugno aveva interrogato il Consiglio federale.
Nel mese di ottobre Berna ha alzato il contingente per i lavoratori qualificati provenienti da stati extra-UE (portandolo a 7'500 unità) e - come evidenziato dalla ‘Neue Zürcher Zeitung’ – al fianco di lavoratori specializzati nei campi della tecnologia e della ricerca vi sono anche questi imam.
Gli imam, quindi, arrivano legalmente in Svizzera e i più estremisti danno il via a una vera a propria rete legata all’islam radicale. A rivelarlo al Blick è la fondatrice e presidente del Forum per un Islam progressista e vincitrice del Premio svizzero per i diritti umani 2016 Saïda Keller-Messahli.
“La moschea di Winterthur è solo la punta dell’iceberg – ha ammonito – In Svizzera vi sono circa 300 moschee organizzate secondo l’etnia, la lingua o la nazionalità dei fedeli”. Una vera e propria giungla nella quale è difficilissimo districarsi: “Molte hanno tendenze radicali”. Come la moschea Re Faysal di Basilea, dove predica il padre dei due studenti di Therwil che ha imposto anche il proprio credo alla famiglia, tanto da indurre una delle figlie a cercare rifugio presso le autorità basilesi.
Alcune inchieste portate avanti dai media d’Oltralpe hanno portato alla luce legami tra queste moschee e gruppi come Al-Quaeda, tanto da essere strettamente sorvegliate dalle autorità elvetiche.“Molte fanno parte di una vasta rete internazionale che parte dall’Arabia Saudita, chiamata ‘Lega islamica mondiale’, con connessioni con almeno 56 paesi islamici”, avverte Keller-Messahli.
Anche a Ginevra vi sarebbe una moschea legata a questa ‘Lega islamica mondiale’: nel 2015 diversi suoi fedeli sono partiti per la jihad e il responsabile della sicurezza e due imam si trovano attualmente sotto sorveglianza da parte delle autorità francesi.
Molti imam attivi nella Confederazione vengono pagati dalla Turchia. “Predicano una dottrina saudita – ha detto Saïda Keller-Messahli – e sono connessi con la ‘Lega islamica mondiale’.”
Il problema del finanziamento degli imam o delle moschee e dei centri culturali islamici è un altro punto molto dibattuto. A Netstal (Canton Glarona) è stata edificata una moschea costata diversi milioni di franchi. Da dove provengano i finanziamenti non è chiaro: per Saïda Keller-Messahli il denaro viene dall’estero, da ambienti salafiti. "Netstal è solo l’ultima di una delle tante moschee ‘del lusso’ che sono state costruite o che stanno per vedere la luce in Svizzera”.
“Ma fondi esteri implicano anche una forte influenza da parte di chi le finanzia”, avverte la presidente del Forum per un Islam progressista.
Il presidente della Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (FOIS) Montassar BenMrad si è intanto distanziato dai fatti di Winterthur: "La moschea non fa parte della FOIS", ha detto a RTS. Una rassicurazione che non ha convinto Saïda Keller-Messahli che, sempre ai microfoni dell'emittente romanda, ha duramente attaccato la FOIS, accusandola di conoscere bene gli imam estremisti.
"Teoria del complotto", ha seccamente replicato BenMrad.
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