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Svizzera
Imprese d’armamento: “Non finanziare è dannoso per l’economia”
Foto Wikimedia Commons
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Keystone-ats
6 anni fa
L’iniziativa popolare che vuole vietare il finanziamento dei produttori di materiale bellico nuocerebbe alla piazza finanziaria ed economica svizzera e metterebbe a rischio le rendite di vecchiaia, è quanto sostiene il Consiglio federale

L’iniziativa popolare che vuole vietare il finanziamento dei produttori di materiale bellico nuocerebbe alla piazza finanziaria ed economica svizzera e metterebbe a rischio le rendite di vecchiaia. Ne è convinto il Consiglio federale che invita a respingere il testo posto in votazione il prossimo 29 novembre. La proposta di modifica costituzionale, promossa dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE) e dai giovani Verdi e forte di 104’612 adesioni, vuole vietare alla Banca nazionale svizzera, alle casse pensione e alle fondazioni di investire nelle imprese che realizzano oltre il 5% del loro giro d’affari annuo con la fabbricazione di materiale bellico. L’iniziativa chiede inoltre che la Confederazione si adoperi a livello nazionale e internazionale affinché siano applicate condizioni analoghe a banche e assicurazioni.

Irrealistica e perniciosa per rendite
Il divieto di finanziamento mondiale chiesto dai fautori dell’iniziativa, stando a una nota odierna del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR), non è realistico; un “sì” alle urne “non avrebbe alcun impatto sulla produzione mondiale di materiale bellico”. Ma oltre ad essere inefficace, l’iniziativa avrebbe un impatto negativo sulla Svizzera, perché limiterebbe fortemente le possibilità d’investimento delle casse pensioni e dell’AVS/AI. I maggiori costi amministrativi e rischi d’investimento, unite alle minori prospettive di rendimento a lungo termine, si ripercuoterebbero negativamente sulle rendite di vecchiaia. Limitare la libertà d’investimento delle banche e delle assicurazioni indebolirebbe inoltre la piazza finanziaria svizzera.

Economia in difficoltà
A motivare il no del Consiglio federale, cui si aggiunge quello del parlamento, sono anche ragioni economiche e di politica di sicurezza. A causa del divieto di finanziamento imposto alle banche svizzere, nemmeno le piccole e medie imprese otterrebbero più credito perché secondo i criteri dell’iniziativa sarebbero considerate anch’esse produttrici di materiale bellico. Ciò avrebbe ripercussioni negative su queste aziende attive nell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica che sono in parte fornitrici delle imprese d’armamento. Se simili ditte dovessero stentare a ottenere crediti, investirebbero di meno, a scapito della competitività. Il risultato? Perdita di posti di lavoro e di conoscenze. Oltre a ciò, sottolinea il DEFR, disporre di un’industria tecnologicamente avanzata è importante per il benessere in Svizzera, non da ultimo perché sostituisce la dipendenza unilaterale dell’esercito svizzero dall’approvvigionamento estero con una dipendenza reciproca, facendo sì che le aziende fornitrici elvetiche siano integrate nelle catene di creazione del valore di imprese d’armamento straniere.

Un unicum a livello mondiale
A far pendere la bilancia dalla parte dei contrari dell’iniziativa, è anche il fatto che nessun Paese al mondo, secondo il DEFR, conosce un divieto di finanziamento così radicale come quello auspicato dall’iniziativa. Nel comunicato si fa notare inoltre che la legge federale sul materiale bellico comprende già un divieto di finanziamento per le armi atomiche, biologiche e chimiche e per le munizioni a grappolo e le mine antiuomo. La regolamentazione vigente concede però alle casse pensioni e alla piazza finanziaria svizzera il margine di manovra necessario affinché i patrimoni gestiti possano essere investiti in diversificato e con pochi rischi in prodotti finanziari diffusi a livello internazionale.

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