
Il rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta (CPI) sul tracollo di Credit Suisse (CS) ha mostrato quanto forte è stata la pressione internazionale, malgrado si sia detto il contrario: è la lettura dell'economista Adriel Jost, docente alle università di Lucerna e San Gallo. "Il documento contiene molti dettagli curiosi sull'andamento della crisi e le relazioni degli esperti forniscono affascinanti informazioni di base", afferma l'esperto in un'intervista pubblicata oggi dal portale Finews.ch "È però chiaro che le crisi future non potranno mai essere pianificate in anticipo. E la speranza che le autorità possano prevenire le crisi bancarie attraverso un migliore monitoraggio e una gestione più sofisticata dei momenti difficili appare ingenua".
Politici "poco competenti"
È peraltro un campo in cui la politica arranca anche per mancanza di conoscenze. "Non solo i parlamentari hanno una scarsa comprensione del funzionamento del nostro sistema bancario e finanziario: il dibattito ne risente", prosegue l'ex consulente della Banca nazionale svizzera (BNS). "Anche solo la distinzione tra requisiti di capitale e di liquidità probabilmente non è chiara a molti. Se a ciò si aggiungono idee accademiche lontane dalla pratica e molte illusioni, ciò ha portato a una regolamentazione inadeguata".
Forti pressioni estere
Ad esempio secondo Jost è stato completamente ignorato il fatto che una risoluzione in conformità con le normative predisposte (disposizioni note come too big to fail, TBTF) è associata a enormi rischi di contagio internazionale e che la pressione internazionale sulle autorità elvetiche per non attuare tale opzione sarebbe quindi stata molto forte. "A mio avviso questo è anche uno dei risultati più importanti del rapporto della CPI, che conferma che questa pressione internazionale incredibilmente elevata è esistita davvero, anche se i responsabili l'hanno successivamente negato". "Il rapporto si concentra più sul passato che sul futuro e giustamente si astiene dal nominare i colpevoli, a parte i responsabili di CS. Ma le domande cruciali riguardano il futuro: quanta responsabilità devono assumersi le banche e quanta deve continuare ad assumersi lo stato? Le opinioni in merito divergono notevolmente".
Rafforzare la responsabilità di UBS
Ci sono dei punti che vanno comunque affrontati subito. "Esistono esattamente due leve per rafforzare la responsabilità di UBS e ridurre almeno in parte il rischio per il contribuente: in primo luogo, un aumento significativo del capitale azionario e, in secondo luogo, avere la massima quantità possibile di garanzie di valore e disponibili, ossia di beni idonei a garantire i prestiti, in modo che UBS possa ottenere liquidità di emergenza dalla BNS senza che la collettività debba assumersi i rischi", conclude il presidente di Liberethica, un laboratorio di idee con sede a Berna.

