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L'intervista
Il mandato negoziale tra Berna e l'UE: "Il Governo spera di avere una maggioranza anche in caso di referendum"
Redazione
3 anni fa
Ieri, venerdì, il Consiglio federale ha approvato il progetto per il mandato negoziale con l'UE. A tal proposito, Ticinonews ha chiesto il parere dell'esperto Oscar Mazzoleni, professore di scienze politiche all'Università di Losanna.

Ieri, venerdì, il progetto per il mandato negoziale con l'UE, elaborato dopo lunghi colloqui esplorativi in seguito al "no" elvetico del 2021 all'accordo istituzionale, è stato adottato dal Consiglio federale. Adesso toccherà ora a Cantoni e Parlamento, comprese le parti sociali e gli ambienti economici, esprimersi prima dell'approvazione definitiva. A questo proposito, Ticinonews ha intervistato Oscar Mazzoleni, professore di scienze politiche all'Università di Losanna:

"Ciò che cambia è che il Governo punta al fatto che la coalizione eterogenea che si opponeva all’accordo quadro oggi non tiene più. Sostanzialmente il Partito socialista e i sindacati sono più possibilisti e quindi l’Esecutivo spera da questo punto di vista di avere una maggioranza anche in caso di referendum".

Una negoziazione che negli anni è stata descritta con molti termini: accordo quadro, bilaterali, mandato negoziale. Concretamente che cosa stiamo negoziando con l’UE? Come si può definire?

"Stiamo parlando di un tentativo del Governo di riproporre e rafforzare gli accordi e la via bilaterali, quindi escludendo l’adesione allo spazio economico europeo, l’adesione all’UE, senza un vero accordo quadro che è stato in qualche modo sconfitto alcuni anni fa. Quindi tentare una via più pragmatica, che si chiama a pacchetto, ma che di fatto anche se non si vuole usare questo termine, si tratta di bilaterali tre".

UE che però non vuole sentire parlare di bilaterali tre.

"Più che altro per l’UE non sarebbe di buon auspicio per le negoziazioni. È però importante dire che questo tentativo è di approfondire e rafforzare la via bilaterale anche perché alcuni accordi hanno perso forza e anche perché è necessario affrontare alcuni temi, come ad esempio quello dei fondi per la ricerca da cui la Svizzera oggi è esclusa. È questo l’obiettivo".

Questa volta il Governo vuole procedere con un’impostazione definita a pacchetti: in cosa consiste? È una strategia vincente secondo lei?

"È una strategia che permette di negoziare su tematiche specifiche senza dover in qualche modo ritrovarsi e dire che se si dice no o si è più o meno rigidi su un tema allora cade tutto. In un certo senso c’è più pragmatismo, flessibilità e soprattutto, e cosa più importante, non si arriva con un pacchetto già fatto di fronte all’opinione pubblica svizzera, ai partiti, ai sindacati, ai partner sociali, ma c’è una negoziazione in parallelo".

I problemi sul tavolo sono comunque tanti e complessi. Secondo lei quale sarà il nodo più difficile da sciogliere?

"Dato per scontato che l’UDC si opporrà a qualsiasi forma di approfondimento di questa via bilaterale, almeno da come è prospettata, il nodo è quello dei sindacati, dei partner sociali che potrebbero sostenere, ma a certe condizioni. Al momento la situazione non è ancora condivisa però ci sono dei margini di manovra. C’è una disponibilità, sembrerebbe, da parte del Governo e da parte dei partner sociali di trovare un compromesso. Questo è l’auspicio da parte dell'Esecutivo, ma evidentemente questo rappresenta anche un punto cruciale nel caso di probabile referendum attorno alla soluzione negoziale che si troverà".