Svizzera
Identità elettronica: parte la campagna del no
Foto Shutterstock
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Keystone-ats
4 anni fa
Si voterà il 7 marzo: gli oppositori contestano che ci si debba affidare a operatori privati

“Non vogliamo un passaporto digitale in mano alle aziende private”. Con questo slogan il comitato referendario ha lanciato oggi la campagna contro la legge sulla cosiddetta identità elettronica, in votazione il prossimo 7 marzo. Gli oppositori alla Legge federale sui servizi d’identificazione elettronica (Legge eID) contestano in particolare il fatto che per avere un’identità digitale occorra passare attraverso operatori privati. Aziende come banche e compagnie assicurative prenderebbero il posto degli uffici passaporti e gestirebbero i dati sensibili dei cittadini, hanno criticato oggi a Berna rappresentanti dell’ampia alleanza di organizzazioni e partiti che si oppone alla privatizzazione. Davanti alla stampa hanno preso la parola esponenti del PS, dei Verdi, del PLR e del PBD. La campagna referendaria è condotta dall’ong “Digitale Gesellschaft” (Società Digitale) e dall’associazione “Public Beta”, con il sostegno dell’Associazione svizzera degli anziani (ASA). “Il rilascio di documenti d’identità deve rimanere di competenza dello Stato e deve avvenire sotto il controllo democratico”, hanno ribadito i vari oratori.

Regole più chiare

La creazione di un passaporto digitale privato è un attacco alla sovranità dello Stato, ha dichiarato Nuria Gorrite (PS), presidente del governo cantonale di Vaud. Come tutti gli altri membri del comitato, Gorrite ha sottolineato che dire “no” alla alla Legge eID non significa essere contro il progresso tecnologico, ma che “al contrario, il nostro impegno crea fiducia da parte dei cittadini nella digitalizzazione”. Proprio perché l’eID è il pilastro della democrazia digitale, sono necessarie regole del gioco più chiare, ha detto Erik Schönenberger, direttore di Società Digitale. “I cittadini dovrebbero poter decidere autonomamente se vogliono ottenere l’eID da aziende private o dalla Confederazione”, ha proseguito la consigliera nazionale zurighese Doris Fiala (PLR). Questa libertà di scelta non è contemplata dalla legge.

“Con il cuore e con la mente”

“La privatizzazione dell’eID equivale a una dichiarazione di fallimento dello Stato digitalizzato”, ha rincarato il consigliere nazionale friburghese Gerhard Andrey (Verdi). Sulla stessa linea di vedute la consigliera nazionale zurighese Min Li Marti (PS), per la quale il rilascio di un’identità digitale è un servizio pubblico e uno dei compiti fondamentali dello Stato: “Sarebbe assurdo ordinare il passaporto su Amazon e chiedere il rinnovo della carta d’identità a uno sportello di UBS”. La digitalizzazione della società deve essere fatta “con il cuore e con la mente”, ha detto Jörg Mäder (PBD), un altro deputato zurighese. Per le aziende private, sarebbe molto “allettante raccogliere il maggior numero di dati possibili”. “I dati sensibili non devono finire nelle mani di privati”, ha avvertito anche Karl Vögeli, presidente dell’Associazione svizzera degli anziani (ASA). Questo vale anche per il dossier elettronico del paziente, che può essere considerato il fratello dell’eID. Il comitato referendario ha fatto sapere di aver raccolto per la sua campagna circa 250’000 franchi, finanziati in gran parte da piccole donazioni. A gennaio è ad esempio prevista la distribuzione di un milione di volantini con la forma di passaporti svizzeri, ha dichiarato il responsabile della campagna elettorale Daniel Graf. Le Camere federali hanno approvato Legge federale sui servizi d’identificazione elettronica nel settembre 2019. Responsabile per il riconoscimento e la supervisione del rilascio della eID sarà un’apposita Commissione delle eID (EIDCOM). La società emittente dovrebbe essere Swiss Sign Group, un consorzio che riunisce la Posta Svizzera, le FFS, Swisscom, Six, le grandi banche e le assicurazioni. La legge eID stabilisce regole chiare e rigorose per una procedura di identificazione digitale semplice ma sicura, sostengono invece i sostenitori. I fornitori privati rilascerebbero il documento d’identità verificato della Confederazione, con una chiara divisione dei compiti tra lo Stato e il settore privato.

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