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Svizzera
"Ho un conto svizzero, in Turchia non so come funziona"
"Ho un conto svizzero, in Turchia non so come funziona"
"Ho un conto svizzero, in Turchia non so come funziona"
Redazione
8 anni fa
Confermata l'espulsione di un 26enne turco. "Anche se non ha legami con il suo Paese d'origine può tornarci senza rischi"

Le ha provate davvero tutte per evitare l’espulsione, ma per un 26enne cittadino turco non c’è stato nulla da fare: il 9 settembre scorso il Tribunale federale (TF) ha infatti confermato la revoca del suo permesso di domicilio, decisa nel 2013 dall’Ufficio della migrazione svittese a causa dei suoi precedenti penali.

Il giovane, infatti, aveva a più riprese interessato le autorità giudiziarie già a partre dal 2010, collezionando diverse condanne per droga e infrazioni alla legge sulla circolazione e venendo ammonito a due riprese dall’Ufficio della migrazione (a inizio gennaio 2011 e a fine maggio 2013). A pesare sulla decisone delle autorità cantonali era però stata una condanna – risalente al 23 aprile 2015 – a 36 mesi di detenzione per rissa, furto e tentate lesioni gravi.

Considerato il cambiamento politico in atto in Turchia e dovuto al tentato colpo di Stato del luglio 2016, il 2 novembre di quell’anno il Tribunale amministrativo aveva annullato la decisione cantonale rinviando gli atti per nuova decisione. Basandosi su un rapporto della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), il 27 aprile 2017 l’Ufficio cantonale aveva confermato la revoca del permesso C.

L’iter giudiziario era così ripreso e il 26enne aveva dovuto ricorrere fino al TF. Nel motivare il gravame il giovane aveva fatto leva - oltre alla sua lunga permanenza in territorio elvetico, Paese di residenza della sua famiglia - sulla mancanza di legami con il suo Paese d’origine, dove faticherebbe a reintegrarsi e dove, a suo dire, sarebbe esposto al rischio di tortura. Il 26enne aveva pure asserito di avere un conto in Svizzera visto che non avrebbe dimestichezza “con quel che succede in Turchia”.

I giudici di Mon Repos hanno tuttavia concluso che, alla luce della condanna superiore a un anno comminatagli e alla sua “incapacità nell’adattarsi agli ordinamenti vigenti nel nostro Paese”, l'interesse pubblico prevale su quello privato del ricorrente nel restare in Svizzera. Il 26enne, si legge nella sentenza, pur essendo cristiano aramaico non rientra nelle cosiddette categorie a rischio (giornalisti, oppositori politici, attivisti per i diritti umani, ecc.) che erano state incarcerate dal regime in seguito al fallito colpo di Stato. La questione, hanno specificato i giudici losannesi, è politica e non religiosa.

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