
Il Ministero pubblico bernese potrà accedere al contenuto di tre telefoni cellulari sequestrati a una giornalista curda, al centro di un'inchiesta per coazione e minaccia dopo la denuncia di un uomo che sostiene di essere stato vittima di un'imboscata. Il Tribunale federale (TF) ha respinto un ricorso della donna che si opponeva alla misura.
I tre telefoni sono stati sequestrati il 28 maggio 2019 nell'ambito di una perquisizione al domicilio della giornalista, che si trova in Svizzera in qualità di richiedente asilo poiché perseguitata in Turchia. La misura è stata ordinata dalla procura bernese in seguito a una denuncia presentata lo scorso 17 maggio da un uomo. Quest'ultimo aveva dichiarato alla polizia di essere stato attirato la sera prima in un locale e di essere stato sequestrato da due uomini.
I due avrebbero costretto l'uomo, minacciandolo di fare del male alla sua famiglia, a confessare di essere un informatore delle autorità turche. Le sue dichiarazioni sarebbero poi state filmate dalla giornalista.
Interrogata dalla polizia, la donna ha però negato tutte le accuse e ha contestato ogni legame con organizzazioni separatiste o terroristiche. Ha poi chiesto che i telefoni cellulari fossero sigillati.
Dati sensibili
La giornalista curda sosteneva che gli apparecchi contenessero dati relativi alla sua professione, nonché contatti e informazioni di parenti in Turchia che sarebbero potuti finire nel mirino delle autorità turche. Per questo motivo, la donna ha deciso di ricorrere al TF per opporsi alla rimozione dei sigilli ordinati dalla giustizia bernese.
In una sentenza pubblicata oggi, i giudici di Mon Repos hanno respinto il ricorso della donna. La Corte ritiene che se un avvocato o un medico - ad esempio - non possono rivendicare il segreto professionale quando sono sotto accusa, la stessa regola vale anche per la giornalista e la protezione delle fonti da lei invocata.
Sebbene la giornalista abbia negato ogni accusa e nonostante anche lo stesso denunciante sia oggetto di un procedimento giudiziario da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC), la donna non ha fornito in maniera dettagliata quali documenti, dossier o archivi dei rispettivi telefoni non possono essere esaminati per proteggere la sua sfera privata. La procura bernese, inoltre, ritiene che le accuse non sono state contestate in maniera convincente.
Per questo motivo, il TF ritiene che non vi siano motivi per annullare la rimozione dei sigilli ai telefoni. Inoltre, aggiungono i giudici losannesi, la giornalista avrà la possibilità di intervenire in seguito per evitare che eventuali dati sensibili vengano trasmessi alla controparte durante il procedimento giudiziario.
Fuga dalla Turchia
La donna, nel gennaio 2018, era atterrata all'aeroporto di Zurigo da un volo proveniente dal Brasile. Una volta giunta nella Confederazione, la giornalista ha presentato una richiesta d'asilo che è però stata respinta dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM), la quale voleva rispedire la donna in Brasile.
Il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha però accolto un ricorso della giornalista, ritenendo che il Brasile non forniva le necessarie garanzie in merito a eventuali rimpatri in Turchia. La SEM ha dunque dovuto tornare sulla sua decisione.
La Turchia ha condannato la giornalista curda a diversi anni di carcere per il suo coinvolgimento in un'organizzazione terroristica. Tuttavia, non viene specificato quale, anche se si presume che abbia avuto legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Dopo due anni la donna è riuscita a fuggire in Brasile.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

