
“Non voleva cercarsi un lavoro ed ero stufa di mantenerlo”. A svelare alle autorità ginevrine i risvolti più tristi del suo matrimonio è una 63enne cittadina svizzera, sposata dal 2002 al 2011 con un 41enne cittadino turco cui era stata annullata la naturalizzazione agevolata, ottenuta 9 anni fa. La vicenda era approdata fino al Tribunale amministrativo federale (TAF) cui l’uomo si era rivolto per contestare la decisione in tal senso della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), risalente al luglio 2017.
I giudici federali hanno però dato ragione alla SEM e alle autorità ginevrine, cui la donna aveva raccontato come i problemi coniugali che hanno portato al loro divorzio fossero iniziati nel 2010, pochi mesi dopo l’ottenimento del passaporto svizzero. A dire dell’ex marito - che dal 2016 è sposato con una 35enne cittadina turca da cui aveva avuto due figli - sarebbero sorti a causa della reticenza della donna a trasferirsi in Turchia, dove l’uomo avrebbe avuto un’opportunità di lavoro.
La donna, tuttavia, aveva spiegato che le tensioni tra i due erano sorte perché il marito non esercitava alcuna attività lucrativa e non era intenzionato a trovarsi un impiego. “Ero stufa di mantenerlo”, è stata in sostanza lo sfogo dell’ex moglie. Ma non solo: a suo dire avrebbe fatto importanti sacrifici finanziari per permettere alla coppia di vivere dignitosamente e avrebbe addirittura aiutato l’ex marito ad acquistare una casa in Turchia. Pur avendo delle difficoltà nel parlar male dell’ex marito, la donna aveva ammesso che quest’ultimo le aveva chiesto di annullare la procedura di divorzio confessandole “un forte desiderio di paternità”.
Con sentenza del 16 novembre scorso pubblicata ieri il TAF ha quindi ritenuto che l’uomo avesse mentito sull’effettività e sulla stabilità della sua unione al solo scopo di ottenere la naturalizzazione agevolata e ha confermato la decisione della SEM.
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