
Le associazioni economiche svizzere sono unanimi: bisogna rifiutare l'iniziativa popolare "Per il divieto di esportare materiale bellico" in votazione il prossimo 29 novembre. In caso contrario sarebbero cancellati 10'000 impieghi, 500 dei quali in Ticino, e centinaia di posti d'apprendistato. Questa è l'opinione della Federazione delle imprese svizzere (Economiesuisse), dell'organizzazione padronale che rappresenta l'industria meccanica Swissmem, dell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM) e del Gruppo romando per il materiale di difesa e di sicurezza (GRPM), che in una conferenza stampa tenutasi oggi a Berna hanno spiegato quali saranno le possibili ripercussioni che l'iniziativa avrebbe sull'industria elvetica. Nessun fabbricante di materiale bellico può sperare di vivere lavorando solo per l'esercito svizzero, ha sottolineato il direttore di Swissmem Peter Dietrich. Alcune società esportano fino al 95% della loro produzione. Anche la Ruag, di proprietà della Confederazione, esporta oltre il 50% dei suoi prodotti. Di conseguenza - afferma Dietrich - molte industrie saranno costrette a chiudere i battenti. La cifra di 10'000 posti soppressi, fornita anche dal comitato dei partiti borghesi, rappresenta il doppio di quanto menzionato dalla direttrice del Dipartimento dell'economia (DFE) Doris Leuthard nella sua conferenza stampa contro l'iniziativa. "La maggioranza delle imprese coinvolte produce materiale sia militare che civile. L'iniziativa colpisce dunque indirettamente anche quest'ultimo settore", sostiene Dietrich. Le imprese che saranno coinvolte nel divieto d'esportazione di materiale bellico saranno oltre 550, afferma da parte sua il direttore dell'USAM Hans-Ulrich Bigler. L'iniziativa, ha rincarato il direttore di Economiesuisse Pascal Gentinetta, è "assurda" sotto molti punti di vista, in particolare in questo periodo di crisi economica. L'iniziativa avrebbe anche pesanti ripercussioni sulle casse della Confederazione, avvertono le associazioni economiche. L'obbligo di sostenere per dieci anni le regioni e gli impiegati colpiti dalle conseguenze del divieto costerebbe oltre 500 milioni di franchi, affermano. Tale investimento non permetterà però di salvaguardare posti di lavoro. L'aiuto statale servirà solo a spostare i licenziamenti verso quelle imprese che non beneficeranno delle sovvenzioni, è stato detto nella conferenza stampa. L'iniziativa, lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), vuole vietare l'esportazione e il transito di materiale bellico, di beni miliari specifici (come gli aerei d'addestramento e i simulatori), nonché dei beni immateriali che vi sono legati. Vieta pure l'intermediazione e il commercio di questi beni se il loro destinatario è all'estero. Le armi da caccia e sportive, gli apparecchi per lo sminamento e i beni esportati temporaneamente dalle autorità svizzere non sarebbero sottoposti al divieto. ATS
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