
La sovranità degli Stati non deve impedire alla comunità internazionale di far sentire la propria voce in caso di gravi violazioni dei diritti umani. Lo ha dichiarato stamane a Berna la consigliera federale Micheline Calmy-Rey durante la conferenza annuale, dedicata ai 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, della sezione svizzera di Amnesty International. "I dirittti umani sono lettera morta - ha aggiunto la ministra degli esteri - se manca la volontà da parte degli Stati e delle organizzazioni internazionali di metterli in pratica". Per la responsabile della diplomazia elvetica, bisogna anche avere il coraggio di prendere sanzioni verso coloro che violano i diritti fondamentali, senza cedere a considerazioni di opportunismo politico od economico. "Laddove gli Stati o le istituzioni non sono più in grado di proteggere la popolazione, è necessario che la comunità internazionale intervenga in nome del principio di responsabilità adottato l'anno scorso dalle Nazioni Unite", ha aggiunto. Da quando è stata adottata la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ha proseguito la consigliera federale socialista, "nessun governo può pretendere che il modo con cui tratta i propri cittadini, oppure le minoranze religiose, etniche o linguistiche che vivono sul proprio territorio sia un affare interno". Calmy-Rey ha riconosciuto che non è sempre facile per gli Stati mettersi d'accordo su standard comuni. Tuttavia, "è necessario avere il coraggio civico di indicare dove si trovano gli interessi comuni e cercare di istituire coalizioni di Paesi per risolvere assieme determinati problemi". Simili coalizioni non possono fare a meno delle Ong. La dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - ha puntualizzato la ministra ginevrina - prevede chiaramente la corresponsabilità dei privati nell'applicazione dei diritti umani. ATS
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